SCELTI DA ALTRI, RISCHIAMO DI AVERLI IN PARLAMENTO CONTRO LA NS VOLONTA’ ! II PARTE

 

Speciale Roberto (FI): Ex comandante generale della Guardia di Finanza, è indagato dalla Procura militare di Roma per il presunto utilizzo privato di mezzi della GdF. Il procuratore militare Antonino Intelisano ha tra l’altro acquisito un filmato delle Fiamme Gialle, girato in una fredda mattina del febbraio 2005 a Passo Rolle, in Trentino Alto Adige, che documenta come Speciale portò in montagna parenti e amici per una festa, utilizzando un Atr 42 a turboelica del Corpo, destinato al contrasto del contrabbando e alle missioni umanitarie. La festa si sarebbe dovuta concludere con una mangiata di pesce fresco, trasportato in casse caricate all’aeroporto di Pratica di Mare e spedite con volo militare. Spigole mai arrivate, ma solo per colpa del maltempo. Un altro capitolo dell’indagine riguarda l’utilizzo dei fondi riservati della Guardia di finanza da parte del generale. Speciale si difende così: «Come ogni anno ci siamo recati a Passo Rolle per chiudere le gare invernali della Guardia di finanza, una cerimonia alla quale faceva da madrina come da prassi la moglie del comandante generale». Ma, stando a quanto scritto dai giornali, la Procura militare ha accertato che l’ex comandante Speciale ha utilizzato l’Atr 42 in dotazione al Corpo in occasione di almeno 45 week-end e che l’aereo, per suo ordine e a spese delle Fiamme gialle, era stato «riconfigurato» negli hangar dell’aeroporto militare di Pratica di Mare, in modo da ospitare poltrone «business» per almeno otto passeggeri. Costo per le casse dello Stato: 3.885,91 euro l’ora. Anche per questo la Procura della Corte dei Conti ha avviato nei confronti del generale un procedimento di responsabilità per il danno erariale procurato dai suoi viaggi a scrocco al Passo Rolle, chiedendogli il conto per almeno 32 mila euro di gite aviotrasportate con spigole d’alta quota, più il danno d’immagine per il corpo delle Fiamme Gialle. Ironia della sorte: la Procura della Corte dei Conti è proprio l’ufficio dove il governo Prodi avrebbe voluto dirottare il generale Speciale, dopo la rimozione da comando generale della Guardia di finanza.

Strano Nino (An): La Procura di Catania ha chiesto la condanna di Strano (lo stesso senatore che divorò mortadella nell’aula di Palazzo Madama per festeggiare la caduta del governo Prodi) a 2 anni di reclusione insieme agli altri assessori della vecchia giunta comunale Scapagnini, per abuso d’ufficio e violazione della legge elettorale. Nel 2005, tre giorni prima delle elezioni comunali, Strano, gli altri assessori e il sindaco Scapagnini decisero di erogare una somma compresa tra i 300 e i 1000 euro ai 4.000 dipendenti del Comune (sospendendo il prelievo dei contributi previdenziali dalle buste paga) per «risarcirli» dai danni causati da un’eruzione dell’Etna che aveva ricoperto la città di cenere nera.

Tomassini Antonio (FI):

Medico chirurgo, amico personale di Silvio Berlusconi, è stato condannato in via definitiva dalla Cassazione a 3 anni di reclusione per falso. Durante un parto, una bambina sua paziente nacque cerebrolesa, ma lui contraffece e soppresse il partogramma. Nel 2001 Forza Italia lo candidò subito al Parlamento e lo nominò responsabile per la Sanità del partito e presidente commissione Sanità del Senato. Nell’ultima legislatura era membro della Commissione parlamentare di inchiesta sull’efficienza del sistema sanitario nazionale.

Tortoli Roberto (FI):

Indagato dalla Procura di Arezzo per concorso in estorsione in uno scandalo che ruota intorno alla costruzione di una multisala cinematografica ad Arezzo.

Valentino Giuseppe (An): Indagato nel 2004 dalla Dda di Catanzaro per i suoi presunti rapporti con l’avvocato Paolo Romeo, condannato per la sua appartenenza alla ‘ndrangheta, ha visto la sua posizione finire in archivio. Ma è tuttoggi indagato a Roma per favoreggiamento perché sospettato di aver rivelato a Stefano Ricucci le intercettazioni telefoniche in corso sulle scalate a Bnl, Antonveneta e Corriere nell’estate del 2005.

Vizzini Carlo (FI):

Condannato in primo grado a 10 mesi e salvato dalla prescrizione in appello per il finanziamento illecito di 300 milioni di lire dalla maxitangente Enimont; assolto dal Tribunale dei ministri di Roma dall’accusa di aver preso tangenti quand’era ministro socialdemocratico delle Poste.

CONDANNATI, PRESCRITTI, INDAGATI, IMPUTATI E RINVIATI A GIUDIZIO

Fonte “Se li conosci li eviti” di Marco Travaglio e Peter Gomez

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Lega Nord (8)

Bossi Umberto:

Condannato in via definitiva a 8 mesi di reclusione per 200 milioni di finanziamento illecito dalla maxitangente Enimont; condannato in via definitiva per istigazione a delinquere e per oltraggio alla bandiera; indagato e imputato in altri procedimenti penali. Il 16 dicembre 1999 la Cassazione l’ha condannato a 1 anno per istigazione a delinquere, per aver incitato i suoi, in due comizi a Bergamo nel 1995, a «individuare i fascisti casa per casa per cacciarli dal Nord anche con la violenza». Tremaglia, suo futuro collega ministro, l’aveva denunciato. Altra condanna definitiva nel 2007 a 1 anno e 4 mesi (poi commutati in 3.000 euro di multa, interamente coperti da indulto) per vilipendio alla bandiera italiana, per aver dichiarato nel 1997: «Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo». Niente sospensione condizionale della pena, che però è coperta da indulto (che cancella anche quelle pecunarie fino a 10 mila euro): insomma, Bossi non pagherà nemmeno un euro. Inoltre ha un altro processo in corso per lo stesso reato, per aver detto, sempre nel 1997, durante un comizio: «Il tricolore lo metta al cesso, signora… Ho ordinato un camion di carta igienica tricolore personalmente, visto che è un magistrato che dice che non posso avere la carta igienica tricolore». Nel 2002 la Camera ha negato ai giudici l’autorizzazione a procedere, ritenendo le espressioni rientranti nella libera attività parlamentare e dunque coperte da insindacabilità; ma nel 2006 la Consulta ha annullato la delibera di Montecitorio, disponendo che Bossi sia processato come un comune cittadino. Il Senatùr è invece uscito indenne dal lungo processo per resistenza a pubblico ufficiale, in seguito agli scontri con la polizia che perquisiva, il 18 settembre ’96, la sede leghista di via Bellerio a Milano: condannato a 7 mesi in primo grado e a 4 in appello, Bossi s’è visto annullare con rinvio la seconda condanna dalla Cassazione, che ha disposto un nuovo processo d’appello. E qui, nel 2007, è stato assolto. Ancora aperto, invece, il processo di Verona per le camicie verdi della cosiddetta Guardia nazionale padana costituita nel 1996: Bossi, con altri quarantaquattro dirigenti leghisti, deve rispondere in udienza preliminare di attentato alla Costituzione e all’unità dello Stato, nonché di aver costituito una struttura paramilitare fuorilegge. Ma, almeno in questo caso, rischia poco o nulla: allo scadere dell’ultima legislatura, la maggioranza di centrodestra ha riformato i primi due reati (punibili ora solo in presenza di atti violenti), in modo da assicurarne la decadenza al processo di Verona. L’ennesima legge ad personam. Una volta tanto non per il Cavaliere, ma per il Senatùr. Il procuratore di Verona Guido Papalia, però, tiene duro sull’accusa residua di associazione paramilitare. Allora, nel 2007 la Camera regala l’insindacabilità ai deputati imputati, tra i quali Bossi, Calderoli e Maroni, quasi che la Guardia Padana fosse un’«opinione». A quel punto Papalia ricorre nuovamente alla Consulta con un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, come ha già fatto contro un analogo provvedimento impunitario adottato dal Senato per salvare Gnutti e Speroni.

Bragantini Matteo: Nel 2004 è stato condannato in primo grado a 6 mesi di carcere e a 3 anni d’interdizione dall’attività politica, per istigazione all’odio razziale e propaganda di idee razziste. Nell’agosto-settembre 2001 la Lega Nord di Verona aveva organizzato una campagna (“Firma anche tu per mandare via gli zingari dalla nostra città”) contro la comunità Sinta di Verona. Nelle motivazioni, i giudici di primo grado scrivono che Bragantini e i suoi 6 coimputati, fra i quali l’attuale sindaco leghista di Verona Flavio Tosi, hanno “diffuso idee fondate sulla superiorità e sull’odio razziale ed etnico e incitato i pubblici amministratori competenti a commettere atti di discriminazione per motivi razziali ed etnici e conseguentemente creato… un concreto turbamento alla coesistenza pacifica dei vari gruppi etnici nel contesto sociale al quale il messaggio era indirizzato”. Il 30 gennaio 2007, la Corte d’appello di Venezia riduce la pena da 6 a 2 mesi, assolvendo i leghisti dall’istigazione all’odio razziale, confermando la condanna per la propaganda razzista e i risarcimenti ai sette Sinti (2500 euro per ciascuno) e all’ente morale Opera Nomadi (8 mila euro), costituitisi parte civile. Bragantini è ricandidato alla Camera per la Lega Nord nel Veneto1.

Brigandì Matteo:

Arrestato e condannato in primo grado il 24 novembre 2006 a 2 anni di reclusione dal Tribunale di Torino per truffa aggravata ai danni della Regione Piemonte (a cui dovrà risarcire 255 mila euro): avrebbe, in veste di assessore regionale al Legale, aver architettato un raggiro ai danni della Regione per regalare 6 miliardi di lire pubblici all’amico imprenditore Agostino Tocci, titolare di una concessionaria di auto di lusso, a titolo di “rimborso” per inesistenti danni subiti dalle alluvioni del 1994 e del 2000.

Calderoli Roberto:

Indagato a Milano per ricettazione nell’inchiesta sulla Bpl di Giampiero Fiorani. Il quale sostiene di averlo foraggiato per garantirsi l’appoggio politico della Lega durante il suo tentativo di scalata alla Banca Antonveneta: con il suo sottosegretario Brancher, l’allora ministro delle Riforme si sarebbe spartito 200mila euro. Salvo per prescrizione nel processo per i tafferugli con la polizia nella sede leghista di via Bellerio a Milano (resistenza a pubblico ufficiale), Calderoli è scampato al processo in corso a Verona per le camicie verdi (attentato alla Costituzione e all’unità dello Stato, struttura paramilitare fuorilegge) grazie a una legge ad personam e all’insindacabilità regalatagli dal Senato (contro cui però la Procura ricorrerà alla Consulta).

Caparini Davide:

Salvo per prescrizione nel processo per resistenza a pubblico ufficiale nel processo sui tafferugli con la polizia durante una perquisizione nella sede leghista di via Bellerio a Milano.

Castelli Roberto:

Indagato per abuso d’ufficio patrimoniale per alcune consulenze facili al ministero della Giustizia durante il secondo governo Berlusconi, s’è salvato grazie al voto del Senato, che nel dicembre 2007 gli ha regalato l’immunità totale per i suoi presunti reati ministeriali, negando l’autorizzazione a procedere chiesta dal Tribunale dei ministri di Roma. Per gli stessi fatti la Corte dei Conti l’ha condannato a rimborsare un danno erariale di 98.876,96 euro e gliene ha contestato un altro di circa 400 mila euro.

Maroni Roberto:

Condannato definitivamente a 4 mesi e 20 giorni di reclusione per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, in relazione ai tafferugli durante la perquisizione della sede leghista di via Bellerio a Milano. Maroni, prima di finire in

CONDANNATI, PRESCRITTI, INDAGATI, IMPUTATI E RINVIATI A GIUDIZIO

Fonte “Se li conosci li eviti” di Marco Travaglio e Peter Gomez

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ospedale con il naso rotto, avrebbe tentato di mordere la caviglia di un agente di polizia. Di qui la condanna a 8 mesi in primo grado, poi dimezzata in appello e in Cassazione. Maroni è anche imputato a Verona come ex capo delle camicie verdi, insieme a una quarantina di dirigenti leghisti, con le accuse di attentato contro la Costituzione e l’integrità dello Stato e creazione di struttura paramilitare fuorilegge. Ma i primi due reati sono stati ampiamente ridimensionati da una riforma legislativa

ad hoc, varata dal centrodestra nel 2005, allo scadere della penultima legislatura. Resta in piedi solo il terzo.

Stefani Stefano: Indagato a Roma per concorso in truffa ai danni dello Stato e riciclaggio, ha ottenuto la richiesta d’archiviazione del procedimento perché la Procura non ha potuto usare le intercettazioni indirette che facevano sospettare qualcosa di poco chiaro nella vicenda dei finanziamenti pubblici al quotidiano «Il Giornale d’Italia». In pratica, come molti suoi colleghi parlamentari, anche Stefani è un miracolato dalla legge Boato che – prima della sentenza della Consulta del 2007 – rendeva inutilizzabili le intercettazioni in cui compariva la voce di un eletto dal popolo.

Udc-Rosa Bianca (9)

Cesa Lorenzo:

Arrestato nel 1993, rinviato a giudizio, condannato in primo grado a 3 anni e 3 mesi per corruzione aggravata nello scandalo Anas (mazzette per 30 miliardi di lire) e poi salvato da un cavillo insieme al coimputato Prandini (condannato in primo grado a 6 anni e 4 mesi): nel 2003, la Corte d’appello di Roma si è resa conto che il Tribunale dei ministri che aveva rinviato a giudizio i protagonisti dello scandalo Anas non poteva svolgere funzione di gup. Così il processo è ritornato al punto di partenza e tutto è finito in prescrizione, perché gli atti sono stati poi giudicati inutilizzabili. Ma dal 2006 il segretario dell’Udc è di nuovo indagato per iniziativa dei pm di Catanzaro Luigi De Magistris e Isabella De Angelis, che lo accusano di truffa per «per avere ottenuto illecita erogazione di circa 5 miliardi di lire» dalla Ue e dalla Regione Calabria. Secondo l’accusa Cesa, assieme al consigliere di amministrazione Anas Giovanbattista Papello e Fabio Schettini (ex capo della segreteria del commissario europeo Franco Frattini), avrebbe messo in piedi una società, la Spb Optical Disk Srl, solo per ricevere contributi comunitari in teoria destinati alla produzione di cd e di altro materiale informatico. Dopo che l’inchiesta viene tolta a De Magistris, la Procura chiede l’archiviazione della posizione di Cesa e di altri indagati.

Cuffaro Salvatore: Condannato a 5 anni dal Tribunale di Palermo nel gennaio 2008 per favoreggiamento aggravato di alcuni mafiosi (che avrebbe avvertito di indagini e intercettazioni a loro carico, vanificando il lavoro degli investigatori); indagato per concorso esterno in associazione mafiosa in un fascicolo pendente presso la Dda di Palermo.

De Mita Ciriaco: Grazie all’amnistia del 1990, avendo lasciato la segreteria Dc nel 1989, s’è salvato dalle conseguenze penali dei finanziamenti illeciti confessati dal tesoriere del partito, Severino Citaristi. Il quale poi continuò l’attività con il nuovo segretario Forlani che, per il periodo non più coperto dall’amnistia, è stato condannato insieme a Citaristi per la maxitangente Enimont. De Mita però fu imputato a Roma per corruzione nel processo sulle tangenti alla Dc per i lavori della centrale Enel di Gioia Tauro: reato caduto in prescrizione nel 1999. In un alcuni altri processi a Napoli, dov’era imputato per corruzione e finanziamento illecito, è uscito in parte assolto, in parte prescritto, in parte archiviato. Rimane aperta l’inchiesta a Roma per corruzione in un filone laterale dello scandalo Parmalat: De Mita, insieme a Calisto Tanzi, al governatore della Liguria Claudio Burlando (Ds) e all’ex presidente delle Fs Lorenzo Necci (scomparso nel 2006), è accusato per un presunto giro di tangenti pagate a politici dal gruppo di Collecchio per un progetto (poi tramontato) finalizzato alla costituzione, nel 1995-96, di una joint venture fra la Cit Viaggi delle Ferrovie dello Stato e la decotta Parmatour. L’ipotesi degli investigatori è che si sia tentato di scaricare sul partner pubblico i debiti del gruppo turistico della Parmalat. De Mita che pure è amicissimo di Tanzi, si è sempre proclamato innocente.

Drago Giuseppe:

Condannato nel 2003 dal Tribunale di Palermo a 3 anni e 3 mesi per peculato e abuso d’ufficio, poi ridotti in appello a 3 anni, per avere svuotato nel ’98, allo scadere del suo mandato, la cassa dei fondi riservati del presidente della Regione, portando via i 268 milioni di lire ivi contenuti. Lo stesso aveva fatto, con 321 milioni 323mila lire, il suo predecessore Giuseppe Provenzano (Forza Italia, pure lui condannato a 3 anni), che aveva ricoperto l’incarico dal 1996 al ’98.

Mannino Calogero: Arrestato nel febbraio 1995 e tuttoggi imputato in appello per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo la Procura di Palermo, avrebbe stretto un patto con Cosa nostra per avere voti in cambio di favori. Assolto in primo grado nel 2001, tre anni dopo viene condannato in appello a 5 anni e 4 mesi. La sentenza viene però annullata, per difetto di motivazione, dalla Cassazione, che ordina un nuovo processo di appello, tuttora in corso. Nel 2007 la Procura di Marsala ha chiesto il rinvio a giudizio di Mannino e di altre sedici persone imputate, a vario titolo, di associazione a delinquere, appropriazione indebita, frode in commercio, vendita di sostanze alimentari non genuine, falso ideologico e truffa aggravata.

Secondo gli inquirenti Mannino, dominus di fatto dell’azienda vinicola di Pantelleria «Abraxas srl» (di cui il figlio è socio di maggioranza), insieme ai soci e a Luciano Parrinello (funzionario dell’Istituto della Vite e del Vino di Marsala), avrebbero messo in commercio come genuini vini doc prodotti in violazione del disciplinare di produzione previsto per il moscato di Pantelleria.

Naro Giuseppe:

Condannato in primo grado a 3 anni e in Cassazione a 6 mesi definitivi di reclusione (erano 3 anni in primo grado) per abuso d’ufficio nel processo per l’acquisto con denaro pubblico di 462 ingrandimenti fotografici, alla modica cifra di 800 milioni di lire. Due prescrizioni hanno invece cancellato le accuse mosse contro di lui nell’inchiesta sulla Tangentopoli messinese (primo grado: condanna a 1 anno e mezzo) e in quella per le spese folli di Taormina Arte (peculato). Assoluzione piena per un altro abuso d’ufficio che aveva spinto la magistratura ad arrestarlo.

Romano Francesco Saverio: Indagato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa con l’accusa di aver accompagnato il suo leader, Salvatore Cuffaro, a incontrare alcuni esponenti di Cosa nostra, ha ottenuto l’archiviazione nel

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Fonte “Se li conosci li eviti” di Marco Travaglio e Peter Gomez

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2003 per il caso Guttadauro-Cuffaro; ma dall’inizio del 2006 è stato di nuovo inquisito dalla Dda palermitana per concorso esterno, dopo le rivelazioni del pentito Francesco Campanella a proposito di altri presunti summit con mafiosi.

Tarolli Ivo: Ex vicepresidente dei senatori Udc, legatissimo all’ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio, nel 2005 Tarolli viene indagato per appropriazione indebita dalla Procura di Milano (inchiesta poi passata per competenza a Lodi) in seguito alle rivelazioni del banchiere della Bpl Gianpiero Fiorani sulla fallita scalata all’Antonveneta: mentre appoggiava appassionatamente Fazio e Fiorani nella lobby pro-furbetti del quartierino, avrebbe ricevuto dalla Popolare di Lodi almeno 30 mila euro e altro denaro ancora su un deposito aperto presso la stessa Bpl. “A Ivo Tarolli – dice Fiorani – ho dato un contributo di 30-40mila euro sotto forma di pagamento di una fattura relativa a una pubblicazione. La fattura è stata annotata dalla Bpl… Inoltre anche a Tarolli abbiamo fatto passare delle operazioni titoli sicure sul suo conto”. Nel febbraio 2008 la Procura di Lodi stralcia la posizione di Tarolli dall’indagine in vista dell’archiviazione. Tarolli è capolista dell’Udc per la Camera in Trentino.

Zinzi Domenico:

Il 20 novembre 2007, con altri amministratori pubblici, è stato condannato ad Avellino a 3 anni di reclusione in primo grado per omicidio colposo. L’inchiesta era cominciata dopo che, il 5 maggio 1998 una frana aveva causato la morte di undici persone nel centro storico di Quindici. Secondo l’accusa, gli amministratori – tutti assessori con deleghe ai Lavori pubblici o all’Ambiente – non avevano adottato misure idonee per la difesa del suolo e la realizzazione di opere per la sistemazione idrogeologica della zona.

La Destra (2)

Storace Francesco: Rinviato a giudizio a Roma per concorso in accesso abusivo a sistemi informatici, nel processo sulle attività di spionaggio messe in moto dal suo staff contro i due concorrenti alle regionali del 2005, Piero Marrazzo del centrosinistra e Alessandra Mussolini di Alternativa sociale; indagato sempre a Roma dal 2007 per presunte erogazioni irregolari di fondi alla ricerca scientifica nel 2005, quando era ministro della Salute; indagato, ancora a Roma, per offesa all’onore e al prestigio del presidente della Repubblica (per aver attaccato sul suo passato comunista Napolitano, intervenuto a difendere la senatrice a vita Rita Levi Montalcini, insultata dallo stesso Storace); indagato e prosciolto a Potenza per essere intervenuto sul presidente dell’Istituto case popolari di Roma, al fine di procurare un appartamento a un’amica, Paola Guerci di An (quando il presidente dello Iacp replica che prima c’è un altro in attesa, un altro politico ma di Forza Italia, Storace lo zittisce: «Di Zambelli non me ne frega un amaro cazzo»).

Sabbatani Schiuma Fabio: Imputato con Storace & C. a Roma per accesso abusivo a sistema informatico e violazione della legge elettorale nello scandalo del Laziogate, cioè per lo spionaggio alle elezioni regionali ai danni di Marrazzo e Mussolini. Fra le prove a suo carico, un’intercettazione captata dalla Procura di Potenza in cui Sabbatani Schiuma rivela a Salvo Sottile, allora portavoce di Fini, di essere l’autore dell’incursione informatica al comune di Roma per boicottare la lista di Alternativa sociale di Alessandra Mussolini, inserendovi firme false per farla bocciare.

Aborto No Grazie (1)

Ferrara Giuliano:

Condannato più volte, anche in via definitiva, per aver diffamato magistrati di Palermo e di Milano, è stato condannato anche in primo grado per diffamazione contro i giornalisti dell’«Unità», definito «giornale tendenzialmente omicida» (aggiungendo che «Furio Colombo e Antonio Tabucchi sono i mandanti linguistici del mio prossimo omicidio»). Vanta anche una condanna definitiva in Francia dal Tribunal de Grande Instance di Parigi per contraffazione di opera d’ingegno e violazione del diritto d’autore ai danni di Antonio Tabucchi. Il fatto risale all’ottobre 2003, quando Tabucchi inviò un articolo a «Le Monde», ma se lo vide pubblicato, in anteprima e senz’autorizzazione, sul «Foglio» (un correttore di bozze del quotidiano parigino l’aveva inviato per amicizia a Ferrara, senza prevedere che questi l’avrebbe «rubato» e messo in pagina). Ferrara deve sborsare 34mila euro in tutto: 10mila di multa allo Stato francese, più 3.000 per aver appellato temerariamente la condanna di primo grado; 12mila di danni a Tabucchi; 9.000 per finanziare la pubblicazione della sentenza su «Le Monde», «Le Figaro» e «Libération».

Partito democratico (18)

Benvenuto Romolo:

Ex Margherita, condannato in primo grado nel 1999 a 140 mila lire di ammenda per percosse all’ex convivente. I fatti risalgono alla metà degli anni Novanta. Il legame fra i due si era ormai deteriorato. L’uomo politico pensò bene di concluderlo a ceffoni. La donna lo denunciò e ne ottenne la condanna. In appello, poi, Benvenuto chiese scusa e risarcì il danno, ottenendo la rimessione di querela, il «non luogo a procedere» e l’estinzione del reato.

Bubbico Filippo: Ex Ds, rinviato a giudizio e poi assolto in primo grado per abuso d’ufficio nel processo sulla defenestrazione del direttore generale dell’Asl di Venosa (Potenza); indagato a Catanzaro dal pm Luigi De Magistris per truffa aggravata all’Unione europea in un’inchiesta su 20 miliardi di lire di fondi comunitari stanziati per un progetto di bachicoltura in Basilicata mai decollato; indagato ancora a Catanzaro nell’inchiesta «Toghe lucane» del pm De Magistris con le accuse di

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Fonte “Se li conosci li eviti” di Marco Travaglio e Peter Gomez

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associazione per delinquere, abuso e truffa in relazione a diverse operazioni del presunto «comitato d’affari» lucano nella sanità e nei finanziamenti europei a villaggi turistici in Basilicata.

Carra Enzo: Ex Dc ed ex Margherita, condannato in via definitiva a 1 anno e 4 mesi per false dichiarazioni al pubblico ministero. Per i giudici, Carra è un falso testimone che, con il suo «comportamento omertoso» e la sua «grave condotta antigiuridica», ha giurato il falso dinanzi al pool di Milano nel 1993, tentando di «assicurare l’impunità a colpevoli di corruzione, falso in bilancio e finanziamento illecito» nella maxitangente Enimont.

Castagnetti Pierluigi:

Ex Dc ed ex Margherita, ha una prescrizione per corruzione. Il 5 dicembre 2002 il pm di Ancona Paolo Gubinelli ha chiesto il suo rinvio a giudizio per corruzione, accusandolo di aver ricevuto una tangente di 15 milioni di lire nel 1991-92 dall’imprenditore anconetano Luigi Marrino in cambio del decreto di concessione dell’Istituto vendite giudiziarie. Secondo l’accusa, Castagnetti – all’epoca capo della segreteria politica del segretario Dc Mino Martinazzoli – avrebbe accettato quel denaro «per compiere atti contrari ai doveri del suo ufficio rivestito» nell’interesse non solo di Marrino, ma anche di un monsignore di Reggio Emilia, Pietro Iotti, che aspirava a ottenere una quota dell’Ivg. Ma il 15 aprile 2003 il gup Sante Bascucci gli concede le attenuanti generiche e dichiara così prescritto il reato.

Cocilovo Luigi:

Ex Dc ed ex Margherita, rinviato a giudizio a Palermo per corruzione, viene assolto nel 2002 pur essendo ritenuto responsabile del reato, cioè di una mazzetta di 350 milioni versatagli da un imprenditore edile del Ragusano, Domenico Mollica, in cambio della “pace sindacale” nei suoi cantieri. Colpevole, ma assolto: com’è possibile? Semplice. Il Tribunale e poi la Corte d’appello di Palermo, in base alla cosiddetta legge costituzionale del «giusto processo», sono costretti a cestinare la confessione dell’imprenditore che l’aveva corrotto: utilizzata per condannare Mollica per aver corrotto Cocilovo, non può essere usata per condannare Cocilovo per essere stato corrotto da Mollica. Motivo: è stata resa dinanzi al pm, ma non ripetuta in tribunale, dunque inutilizzabile nei confronti di terze persone. Che però Cocilovo si sia fatto corrompere, i giudici del Tribunale lo ritengono più che assodato, tant’è che lo definiscono «collettore di tangenti… disposto a concedere favori sindacali».

Crisafulli Vladimiro:

Ex Ds, ha visto finire in archivio l’indagine a suo carico per concorso esterno in associazione mafiosa alla Procura di Caltanissetta, nata dal del filmato dei carabinieri che lo ritraeva in un hotel di Pergusa mentre abbracciava e baciava il boss di Enna, Raffaele Bevilacqua, e discuteva con lui di appalti pubblici, assunzioni e favori vari; in un’altra indagine, aperta per rivelazione di segreti d’ufficio dalla Procura di Messina, la sua posizione è stata stralciata con richiesta di archiviazione al gip, che non s’è ancora pronunciato.

Cusumano Stefano:

Ex Dc, nel 1999 quand’era sottosegretario al Tesoro per l’Udeur nel governo D’Alema, ma non parlamentare, fu arrestato a Catania per concorso esterno in associazione mafiosa e turbativa d’asta nell’indagine sugli appalti truccati da 120 miliardi di lire per la costruzione dell’ospedale Garibaldi; il 13 aprile 2007 è stato assolto dall’accusa di mafia, mentre la turbativa d’asta è caduta in prescrizione.

D’Alema Massimo:

Ex Ds, s’è salvato per prescrizione del reato (accertato) di finanziamento illecito nel processo a proposito di 20 milioni di lire in nero versatigli nel corso di una cena, negli anni 80, dal boss delle cliniche Francesco Cavallari, legato alla Sacra corona unita; ha poi avuto un’archiviazione a Reggio Emilia per i presunti fondi neri incamerati dal Pci-Pds; archiviata a Roma anche l’inchiesta per finanziamento illecito nata a Venezia, che lo vedeva indagato con Achille Occhetto e con Bettino Craxi; a Parma invece, dove Calisto Tanzi sosteneva di averlo finanziato con inserzioni pubblicitarie sulla rivista della sua fondazione Italianieuropei, D’Alema è rimasto un semplice testimone; infine la Procura di Milano sta ancora vagliando la sua posizione nell’ambito delle indagini sulla scalata dell’Unipol alla Bnl di Consorte nell’estate del 2005: il gip Clementina Forleo, che ipotizzava un suo concorso nell’aggiotaggio di Consorte, ha trasmesso gli atti alla Procura, sostenendo che non è necessario il permesso del Parlamento europeo per usare nei suoi confronti le famose intercettazioni telefoniche.

De Filippo Vito:

Ex Margherita, indagato e arrestato nel 2002 nell’inchiesta del pm Woodcock, che chiedeva di condannarlo a 1 anno e 6 mesi per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d’asta (presunte mazzette pagate dalla ditta De Sio per vincere appalti da enti come Inail ed Eni-Agip in Val d’Agri), De Filippo viene assolto alla fine del 2004 insieme ad altri politici coinvolti (mentre vengono rinviati a giudizio gli imprenditori presunti corruttori); indagato nel 2004, sempre a Potenza, per associazione a delinquere di stampo mafioso, scambio elettorale politico-mafioso, corruzione e turbativa d’asta per presunti rapporti con esponenti della cosche della ’ndrangheta e poi archiviato in fase d’indagine; rinviato a giudizio e assolto dall’accusa di abuso d’ufficio per uno scandalo della sanità. A quest’ultimo proposito, come per il suo coimputato Bubbico, il pm chiede la condanna sua (e di altri 10 imputati) a 1 anno e 8 mesi per aver cacciato nel 2001 dalla direzione generale dell’Asl 1 di Venosa (Potenza) Giuseppe Panio e averlo sostituito a Giancarlo Vainieri, gradito alla giunta e in particolare ai Ds, sebbene i giudici del lavoro avessero reintegrato al suo posto il dirigente defenestrato. Ma nella tarda serata del 3 marzo 2008, proprio mentre a Roma i vertici del Pd lo inseriscono nelle liste per le elezioni politiche, il Tribunale assolve lui e gli altri imputati perché «il fatto non costituisce reato». Forse perché, dopo la controriforma dell’abuso del 1996, il reato scatta solo se è dimostrato l’interesse patrimoniale di chi fa e di chi riceve il favore e la volontà specifica di agevolare qualcuno e sfavorire qualcun altro. C’è infine un’indagine sulle pressioni politiche per alcune nomine ai vertici delle aziende ospedaliere lucane. Il pm Woodcock, nel 2007, chiede al Gip di inoltrare al Parlamento la richiesta di usare le intercettazioni telefoniche «indirette», in cui alcuni indagati chiacchierano con 9 parlamentari (tra i quali il governatore De Filippo e l’allora ministro Mastella, che parlano della rimozione del direttore generale dell’ospedale San Carlo di Potenza, Michele Cannizzaro, dopo il coinvolgimento di quest’ultimo nell’inchiesta «toghe lucane» a Catanzaro). Il gip respinge la richiesta, perché nel frattempo la Consulta ha demolito la legge Boato, sostenendo che non occorre il permesso delle Camere per usare telefonate in cui compaia la voce di un parlamentare nei confronti di persone intercettate, ma non indagate. Dunque il pm potrà proseguire il suo lavoro senza chiedere nulla al Parlamento. In questa indagine, secondo un quotidiano locale della Basilicata, è inquisito anche De Filippo. Ma questi smentisce e la Procura tace.

CONDANNATI, PRESCRITTI, INDAGATI, IMPUTATI E RINVIATI A GIUDIZIO

Fonte “Se li conosci li eviti” di Marco Travaglio e Peter Gomez

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Gozi Sandro:

Fedelissimo di Romano Prodi, è indagato – secondo «Panorama» – per associazione per delinquere, truffa e violazione della legge Anselmi sulle logge segrete dalla Procura di Catanzaro, nell’ambito dell’inchiesta «Why Not» sui fondi pubblici succhiati da consulenze fittizie e società create da politici calabresi (e non) di destra e di sinistra. «Why Not» è una società di lavoro interinale (appartenente al consorzio Clic) che fa capo al ciellino Antonio Saladino, leader calabrese della Compagnia delle Opere, che nel 2006 avrebbe promesso e forse anche raccolto voti per il centrosinistra.

Laganà Fortugno Maria Grazia:

Ex Margherita, la vedova di Franco Fortugno – il medico e vicepresidente del Consiglio regionale calabrese assassinato in un agguato mafioso il 16 ottobre 2005 davanti al seggio dove si vota per le primarie dell’Unione – è indagata in una delle inchieste della Procura di Reggio Calabria sulla malasanità nell’ospedale di Locri, dove il marito era primario in aspettativa e la signora vicedirettrice sanitaria. Ipotesi di reato: truffa ai danni dello Stato, per presunte forniture sanitarie irregolari.

Latorre Nicola:

Ex Ds, è stato indagato a Potenza per favoreggiamento, poi ha visto la sua posizione finire in archivio: ascoltando alcune telefonate di un gruppo di uomini d’affari in rapporti con lui e con l’ex presidente del Perugia Calcio, Luciano Gaucci, i magistrati avevano ipotizzato che fosse stato Latorre ad avvertire l’imprenditore dell’indagine a suo carico. Altre intercettazioni telefoniche l’hanno portato Latorre a un passo dal finire indagato a Milano per le scalate bancarie dei furbetti del quartierino. La sua voce è stata infatti registrata più volte, mentre discuteva con il numero uno di Unipol, Giovanni Consorte, dell’assalto alla Bnl, e addirittura con Stefano Ricucci, impegnato nella scalata al Corriere. Il gip Forleo, quando si è trattato di trasmettere le conversazioni al Parlamento per ottenere l’autorizzazione al loro utilizzo, ha scritto che almeno otto telefonate di Latorre (e D’Alema) attestano «i ruoli attivi ricoperti» nella scalata Unipol a Bnl, «contrassegnati all’evidenza da consapevole contributo causale» all’aggiotaggio addebitato a Consorte. Ora la sua posizione è al vaglio della Procura di Milano, a cui il gip Forleo ha trasmesso gli atti, dopo che il Senato ha negato l’ok all’uso delle intercettazioni a suo carico.

Lolli Giovanni: Ex Ds, è imputato in udienza preliminare a Bari per favoreggiamento nell’inchiesta sui presunti abusi della Missione Arcobaleno. Nel 1999 il governo D’Alema lancia l’operazione umanitaria «Arcobaleno» per sostenere i profughi kosovari fuggiti in Albania durante la guerra civile. Secondo l’accusa, durante e dopo la Missione, la Protezione civile allora presieduta da Franco Barberi, grazie a una fitta rete di complicità e amicizie con «esponenti apicali della politica», mise in piedi una «associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati contro la Pubblica amministrazione» (peculato, concussione, corruzione, abuso d’ufficio) e «ogni altro reato necessario o utile per i perseguimento degli scopi illeciti». In pratica la magistratura ritiene di aver scoperto enormi ruberie, tangenti e dirottamenti degli ingenti fondi pubblici stanziati per i profughi, ma in realtà rimasti in Italia. Per questo la Procura barese ha chiesto nel febbraio del 2007 il rinvio a giudizio di 26 persone, a cominciare da Barberi, giù giù fino a Lolli. Nel 1999, quand’era responsabile nazionale Associazionismo e Sport dei Ds, Lolli avrebbe informato due indagati che il loro telefono era sotto controllo, facendo così saltare gli accertamenti in corso da parte degli investigatori. Di qui l’accusa di favoreggiamento. L’udienza preliminare è in corso dal 10 maggio 2007. I reati, a tale distanza dai fatti (l’indagine partì nel gennaio del 2000), rischiano la prescrizione.

Lusetti Renzo: Ex Dc, ex Margherita, già pupillo di De Mita, già assessore a Roma nella giunta Rutelli, in quest’ultima veste nel 2001 è stato condannato dalla Corte dei conti a risarcire il Comune di Roma oltre 2 miliardi di lire per consulenze ingiustificate. In appello l’importo è stato ridotto di un quinto.

Margiotta Salvatore:

Ex Margherita, è indagato a Potenza per falso ideologico e a Catanzaro, secondo l’Ansa, per abuso d’ufficio. La prima inchiesta è condotta dal pm Henry John Woodcock, che nel luglio del 2006 ha proposto al gip Alberto Iannuzzi di chiedere alla Camera l’autorizzazione a utilizzare conversazioni telefoniche in cui compare anche la voce di Margiotta. Il caso – dov’è indagata anche la signora Margiotta, cioè il capo della Mobile di Potenza, Luisa Fasano, per abuso d’ufficio – nasce dalle indagini che il 6 maggio 2006 portarono all’arresto del faccendiere Massimo Pizza, accusato di aver messo in piedi un’organizzazione specializzata in grosse truffe ai danni di imprenditori. Dalle intercettazioni telefoniche saltò fuori che Fasano e Margiotta parlavano di una contravvenzione per eccesso di velocità fatta all’autista del deputato e, secondo l’accusa, si interessavano per farla annullare. Margiotta avrebbe addirittura stilato una dichiarazione ufficiale, su carta intestata della Camera dei Deputati, per attestare che il suo autista correva perché lui doveva assolutamente arrivare in tempo a una riunione con un importante ministro della Margherita. Di qui l’accusa di falso ideologico. Ma dalle conversazioni della Fasano – sia con il marito, sia con altre persone – emergerebbe anche una fitta rete di rapporti con uomini politici (soprattutto del centrosinistra), amministratori locali, alti magistrati di Potenza (in particolare il sostituto procuratore generale Gaetano Bonomi) e uomini delle forze dell’ordine, finalizzati a interessi personali e di carriera. Di qui l’ipotesi di peculato e rivelazione di segreto d’ufficio. L’inchiesta di Catanzaro, che riguarda anche i coniugi Margiotta, è quella denominata «Toghe lucane» e condotta dal pm Luigi De Magistris: l’episodio per cui sarebbe indagato Margiotta per abuso d’ufficio è il suo presunto ruolo nella nomina di Michele Cannizzaro (marito della pm potentina Felicia Genovese, indagata e trasferita a Roma) a direttore generale dell’ospedale San Carlo di Potenza. Nella stessa inchiesta è indagata certamente per abuso d’ufficio anche la moglie Luisa Fasano, che il 7 giugno 2007 ha subito anche una perquisizione a casa e in ufficio: in quel momento si è appreso che è accusata di aver «influenzato» – dalla postazione privilegiata di capo della Mobile di Potenza – varie indagini aperte dalla Procura, «insabbiandone» alcune, ostacolando l’attività di magistrati e investigatori, operando per «non garantire il genuino andamento dei procedimenti», cercando di «influire sul loro corretto andamento», «insabbiandone» alcuni e favorendo «il ruolo politico del marito» deputato. Letta la notizia sull’Ansa, Margiotta ha smentito di essere sotto inchiesta («non mi risulta essere indagato e comunque che non ho ricevuto alcun avviso di garanzia»), confermando che invece lo è la sua signora.

Papania Antonio: Ex Margherita, il 24 gennaio 2002 ha patteggiato davanti al gip di Palermo una pena di 2 mesi e 20 giorni di reclusione per abuso d’ufficio. La vicenda risale al 1998. Papania, all’epoca assessore regionale al Lavoro, venne coinvolto in un’inchiesta condotta dalla Procura di Palermo su una compravendita di posti di lavoro. Secondo i magistrati, alcuni esponenti di un sindacato, il Failea, avevano promesso assunzioni a quindici ex detenuti in cerca di lavoro in cambio di somme

CONDANNATI, PRESCRITTI, INDAGATI, IMPUTATI E RINVIATI A GIUDIZIO

Fonte “Se li conosci li eviti” di Marco Travaglio e Peter Gomez

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di denaro che arrivavano fino a 3 milioni di lire. Per le assunzioni i sindacalisti si sarebbero rivolti a pubblici ufficiali e politici. A Papania, che aveva dato lavoro a disoccupati privi dei titoli richiesti dalla legge, i pm avevano contestato il concorso esterno in associazione a delinquere e l’abuso d’ufficio. La prima accusa è stata però archiviata dal gip. Secondo gli investigatori, Papania era stato contattato dall’organizzazione, guidata da Francesco Paolo Alaimo, arrestato, per ottenere l’inserimento dei disoccupati. In un’intercettazione ambientale Alaimo parlava con un altro indagato di una percentuale del 3 per cento da pagare a Papania solo quando fosse riuscito «a far traghettare i soldi gestiti dalla Regione a un’associazione costituita appositamente suggerita dal politico». Secondo Papania però non vi fu mai nessuna promessa di tangente. L’indagine ha riguardato piani di inserimento professionale, cantieri di lavoro, lavoratori socialmente utili, precari tante volte scesi in piazza per sollecitare assunzioni, scatenando proteste con incidenti.

Rigoni Andrea:

Ex Margherita, è stato condannato a 8 mesi di reclusione in primo grado per un abuso edilizio sul monte di Porto Azzurro, all’isola d’Elba, insieme alla madre, alla sorella e al direttore dei lavori. In appello, poi, si è salvato grazie alla prescrizione del reato.

Vitrano Gaspare:

Ex Margherita, è stato condannato dalla Corte d’appello di Palermo a 9 mesi di reclusione per falso in atto pubblico e imputato in Tribunale per abuso d’ufficio. Secondo l’accusa, per sanare una irregolarità che lo avrebbe fatto decadere da deputato regionale della Sicilia per aver presentato in ritardo la domanda di aspettativa, avrebbe falsificato i registri di presenza nel suo ufficio di dipendente dell’ente Regione, con la complicità di altri due funzionari.

Italia dei Valori (0)

Sinistra Arcobaleno (3)

Caruso Francesco (Prc):

Alcune condanne, arresti e processi per manifestazioni, «espropri proletari» e altre iniziative «antagoniste». Caruso viene arrestato a Cosenza nel novembre 2003 insieme a una ventina di compagni per reati politici gravissimi (che paiono francamente eccessivi), come l’associazione eversiva finalizzata alla sovversione dell’ordine democratico ed economico del paese, per il ruolo avuto durante le manifestazioni «no global» di Napoli nel 2000 e durante il G8 di Genova nel 2001 alla guida della «Rete Meridionale del Sud Ribelle». Il Tribunale del Riesame annulla poi quelle ordinanze, ma nel luglio 2004 Caruso viene rinviato a giudizio dinanzi alla Corte d’assise di Cosenza per associazione sovversiva, cospirazione politica e attentato agli organi costituzionali dello Stato. Nel gennaio del 2008, l’accusa ha chiesto di condannarlo a 6 anni e l’Avvocatura dello Stato ha avanzato una richiesta di 5 milioni di euro per «danni all’immagine dello Stato italiano». Caruso è anche imputato ad Acerra per estorsione aggravata per aver organizzato un’azione dimostrativa in un supermercato, bloccando le casse e ottenendo dalla direzione un quintale di pasta da distribuire gratis alla povera gente. Nel 1996 un giovanissimo Caruso e altre sei persone si oppongono allo sgombero della sala studio universitaria di Bologna in via Zamboni 36: per questo, nel 2003, Francesco viene condannato a 10 mesi per aggressione a un poliziotto e interruzione di pubblico servizio a 10 mesi, ma poi in appello il reato cade in prescrizione, grazie alla concessione delle attenuanti generiche. Ancora sotto processo per gli scontri di piazza del 17 marzo 2001, nel 2007 è stato condannato a 3 anni e 4 mesi per un’irruzione con un centinaio di manifestanti no global all’Ipercoop di Afragola. In tutti i procedimenti penali a suo carico, non si è mai avvalso dell’immunità parlamentare.

Farina Daniele (Prc):

Più volte arrestato e fermato per reati legati alla sua attività politica nel Leoncavallo. È stato condannato definitivamente tre volte. La prima condanna, del 1989, è a 1 anno e 6 mesi per fabbricazione, detenzione e porto abusivo di ordigni esplosivi, resistenza a pubblico ufficiale (manifestazione antifascista dei collettivi universitari – a Milano nel 1985; scontri davanti alla centrale nucleare di Montalto di Castro nel 1986): tutti reati poi coperti da amnistia. La seconda, del 1998, a 10 mesi per lesioni personali gravi (scontri tra servizi d’ordine sindacale e Leoncavallo-Milano 1991). La terza, del 2001, per inosservanza degli ordini dell’autorità, cioè delle ordinanze di Marco Formentini, sindaco di Milano, sui concerti al Leoncavallo nei primi anni Novanta. Appena eletto, la Camera l’ha subito sistemato come vicepresidente unico della commissione Giustizia della Camera. Ora è ricandidato con l’Arcobaleno.

Pecoraro Scanio Alfonso (Verdi): Ministro dell’Ambiente e leader dei Verdi, è indagato per associazione per delinquere e corruzione dinanzi alla Procura di Roma, che nel marzo del 2008 ha ereditato il fascicolo per competenza dal pm potentino Henry John Woodcock. Probabile che il fascicolo passi al Tribunale dei ministri, competente sui reati ministeriali. L’ipotesi d’accusa, emersa da intercettazioni avviate nell’inchiesta su Corona-Vallettopoli e approfondita dai Carabinieri del Noe (diretto dal celebre Capitano “Ultimo”), è che il ministro si sia fatto pagare vacanze all’estero, viaggi in aereo e in elicottero, soggiorni in hotel di extralusso (per esempio il Town House di piazza Duomo a Milano, 7 stelle), telefonini e altri regali da alcuni imprenditori interessati ad appalti per lo smaltimento di rifiuti della Campania, a bonificare alcune aree inquinate della Basilicata e a ottenere incarichi per organizzare le trasferte del Ministero. L’agenzia turistica Visetur avrebbe saldato il conto del soggiorno natalizio di Pecoraro al Town House, mentre il fratello avvocato del titolare veniva inserito fra i consulenti del Ministero e la ditta otteneva l’appalto per occuparsi di alcune trasferte ministeriali. Pecoraro s’è proclamato innocente e ha annunciato la rinuncia a ogni tipo di immunità. Anche suo fratello Marco, senatore uscente dei Verdi (non ricandidato), è indagato con le stesse ipotesi d’accusa.

CONDANNATI, PRESCRITTI, INDAGATI, IMPUTATI E RINVIATI A GIUDIZIO

Fonte “Se li conosci li eviti” di Marco Travaglio e Peter Gomez

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Partito Socialista (3)

Craxi Vittorio detto Bobo: Condannato nel 1999 dal Tribunale di Brescia per diffamazione aggravata ai danni del procuratore generale di Milano, Francesco Saverio Borrelli, a 1 mese di reclusione e 25 milioni di lire tra riparazione pecuniaria e risarcimento del danno, si è salvato in appello grazie alla prescrizione. In un’intervista del 18 febbraio 1996 al «Corriere della Sera», aveva affermato: «Ricordo bene quando, nel 1990, Borrelli bussò alla porta di Pillitteri perché lo aiutasse a diventare procuratore capo di Milano». Una menzogna assoluta, riconosciuta come «diffamatoria e lesiva dell’onore e della reputazione di indipendenza» di Borrelli anche dalla Corte d’appello di Brescia che, pur applicando la prescrizione, ha confermato la condanna ai risarcimenti e al pagamento delle spese legali, con una sentenza divenuta definitiva nell’ottobre del 2007 per mancanza di ricorso in Cassazione da parte di Craxi junior. Il quale, divenuto sottosegretario, non ha mai pagato una lira né un euro, infischiandosene della sentenza.

De Michelis Gianni: Ha patteggiato due condanne, rispettivamente 1 anno e 6 mesi per corruzione e 6 mesi per finanziamento illecito, per le tangenti sugli appalti delle autostrade del Veneto e per la sua parte della maxitangente Enimont. Rubava per il partito? No, per sé, come ha voluto mettere nero su bianco il Tribunale di Venezia, per tagliar corto con le solite favole sui «costi della politica» e magari «della democrazia». De Michelis prendeva tangenti «per alimentare il suo principesco stile di vita sia pubblico sia privato».

Ricca Luigi Sergio:

Ex presidente socialista della Provincia di Torino, nel giugno 1995 viene indagato per corruzione e si salva dall’arresto solo perché è convalescente dopo un grave incidente d’auto: interrogato in Procura, confessa di aver diviso con Giusy La Ganga una tangente di 120 milioni di lire versatagli da Lorenzo Silva, agente dell’Ina-Assitalia, per ottenere il rinnovo dei contratti assicurativi degli stabili della Provincia. “Misi 60 milioni in una busta – racconta – e li consegnai a La Ganga nella sede del Psi torinese: fu proprio La Ganga a indicarmi il cassetto dove depositare il plico. Altri 40 milioni sono andati all’ex assessore Ivan Grotto”. Grotto, arrestato come La Ganga, racconta pure che la giunta provinciale organizzò una colletta per aiutarlo a pagare 10 milioni di risarcimento danni alla stessa provincia a cui era stato condannato in seguito a un patteggiamento per truffa: Ricca fu il primo a mettere mano al portafogli, sborsando un milione. Ricca ha patteggiato la pena per finanziamento illecito e ora è candidato con il PS di Boselli

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