TESTIMONI DI GIUSTIZIA, COLLABORATORI E……CITTADINI “NORMALI”.

Antonio Di Pietro, a proposito delle condizioni di vita e tutela, riservate dallo stato alle persone che hanno informato
le autorità di reati commessi dalla malavita organizzata con l’individuazione dei malavitosi e la condanna dei loro
delitti, ha fatto, in Parlamento, l’intervento che riporto sotto.
Ma oltre a queste due categorie di cittadini che, in un modo o nell’altro, hanno avuto rapporti con la criminalità,
testimoni essendovi costretti,  collaboratori essendovi complici, ESISTE UNA CATEGORIA DI CITTADINI CHE NESSUNO
CONSIDERA, NESSUNO CITA, NESSUNO TUTELA E IL NS STATO, IN TUTTE LE SUE DIRAMAZIONI SUL TERRITORIO, IN PRIMIS!!
SONO QUEI CITTADINI CHE SI SONO OPPOSTI, SIN DAL PRIMO TENTATIVO, AD OGNI CONDIZIONAMENTO MAFIOSO, SUBENDO
RITORSIONI DI OGNI TIPO, DAI DANNEGGIAMENTI AI FURTI AI TENTATIVI, FINORA NON RIUSCITI, DI FARE LORO CHIUDERE
LE ATTIVITA’, SEMPRE REGOLARMENTE DENUNCIATI E, RARE VOLTE CON RISPOSTE CONCRETE DALLE COSIDDETTE
 ISTITUZIONI, ANZI QUALCHE VOLTA, LA MALAVITA SI E’ SERVITA DEI "SERVITORI" DELLO  STATO PER OTTENERE LO SCOPO
DI CONTRASTARNE GLI INTERESSI, ANCHE RIUSCENDOVI.
LE ATTIVITA’ DI QUESTI CITTADINI SONO COMPLETAMENTE O QUASI RIDOTTE AL LUMICINO DALLA "POLITICA ECONOMICA"
DELA MALAVITA, CHE, NON ESSENDO RIUSCITA AD ENTRARE IN "CONTATTO", NE’ "AMICHEVOLMENTE" NE’ CON LA VIOLENZA ,
 HA FATTO TERRA BRUCIATA INTORNO, SOTTRAENDO LORO TUTTI O QUASI I CLIENTI, E, UN’ATTIVITA’ SENZA CLIENTI DEVE
 CESSARE PER FORZA:
EBBENE, COSA SI INTENDE FARE, DA PARTE DELLA SOCIETA’ PER TUTELARE QUESTI VERI CITTADINI, CHE, RIBADISCO, NON
HANNO MAI CEDUTO ALLE PRETESE O AI SORPRUSI O ALLE RITORSIONI DELLA MALAVITA, ORGANIZZATA E NON, ED OGGI
VERSANO IN CONDIZIONI ECONOMICHE DISAGIATE POICHE’ I LORO CLIENTI, ALTRI CITTADINI COMUNI ED ALTRE AZIENDE,
ANCHE SE NESSUNO DENUNCIA, OMERTOSAMENTE, QUESTA PESANTE "CAPPA", VENGONO "INDIRIZZATI" DAGLI EMISSARI
 DEGLI "AMICI" VERSO NUOVE AZIENDE, CHE HANNO L’UNICA CARATTERISTICA, DI FARE PARTE DI QUELLE COME MINIMO,
 SPONSORIZZATE, SE NON INTESTATE A PRESTANOMI O, ADDIRITTURA, ESPLICITAMENTE INTESTATE AD ESPONENTI
ORGANICI ALLE"FAMIGLIE DEGLI AMICI".
LAVORI, SERVIZI E FORNITURE PUBBLICI O A PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI, SPESSO, OGGI VENGONO ESEGUITI DA AZIENDE
DI QUESTA CATEGORIA SENZA CHE ALCUNO OBIETTI O SI ATTIVI PER FERMARLE, MENTRE LE RARE AZIENDE, E CI SONO,
VENGONO ESCLUSE, IN UN MODO O NELL’ALTRO;
POSTI DI RESPONSABILITA’ NEGLI ENTI PUBBLICI, COMUNI COMPRESI, SPESSO, VENGONO "ASSEGNATI" A PROFESSIONISTI
COLLEGATI AGLI "AMICI" ANCHE TRAMITE I POLITICANTI VICINI A QUESTI E, ADDIRITTURA, ANCHE I LAVORI PRIVATI,
TRAMITE LA RAGNATELA COSTRUITA AD HOC, VENGONO DIROTTATI VERSO PRESTATORI D’OPERA CHE FACCIANO PARTE
DELLA CERCHIA AMICA.
QUASI SEMPRE ESISTE IL COLLEGAMENTO TRA IL RESPONSABILE INTERNO ALL’ENTE PUBBLICO ED IL "SOCIO", O I SOCI,
PRESTANOME ESTERNO CON CUI SI CONDIVIDONO GLI INCARICHI E, PER IL MONOPOLIO IMPOSTO ANCHE TACITAMENTE,
I CONSEGUENTI LAUTI GUADAGNI.
QUANDO IL COSIDDETTO STATO E LE SUE ISTITUZIONI TUTTE, APRIRANNO VERAMENTE GLI OCCHI, FACENDO RISPETTARE
LE LEGGI RIGOROSAMENTE DA TUTTI E NON SOLO DA CHI, OPERANDO NELLA LEGALITA’, VORREBBE RISPETTARLE MA, NON
SOLO NON CI RIESCE QUASI SEMPRE PER CARENZA ECONOMICA, PROPRIO A CAUSA DI QUESTE LEGGI, CHE VALGONO
 ESCLUSIVAMENTE PER LA SUA ATTIVITA’, MENTRE LE AZIENDE MALAVITOSE PROSPERANO ED OCCUPANO TUTTO IL MERCATO,
E’ INESORABILMENTE TRASCINATO VERSO LA CHIUSURA!!!!!!
OLTRE A TESTIMONI E COLLABORATORI DI GIUSTIZIA, CHE, RIBADISCO, IN QUALCHE MODO HANNO AVUTO CONTATTI CON LA
MALAVITA, LE ISTITUZIONI HANNO L’OBBLIGO, ED ANCORA MAGGIORE, DI TUTELARE I CITTADINI CHE HANNO SEMPRE, A
PROPRIE SPESE, RESPINTO CON DETERMINAZIONE OGNI TIPO DI CONDIZIONAMENTO, ANCHE QUELLO CHE AVREBBE POTUTO
SICURAMENTE AVVANTAGGIARLI: NON LASCIAMOLI SOLI!!
" La tutela dei testimoni di giustizia

PRESIDENTE. L’onorevole Di Pietro ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00162, concernente iniziative anche di carattere normativo per tutelare tutti i «testimoni di giustizia» e misure per incentivare le testimonianze delle persone offese dai reati commessi dalla criminalità organizzata.

ANTONIO DI PIETRO. Signor Presidente, prima di aprire la tematica dell’interpellanza urgente vorrei ringraziare e scusarmi con il sottosegretario Mantovano, perché in effetti, per una questione tecnica, si poteva e forse si doveva svolgere questa interpellanza la settimana prossima, ma proprio perché con gli uffici non si è trovata altra soluzione il sottosegretario Mantovano, con encomiabile rispetto per il Parlamento, ha fatto salti mortali per trovarsi qui oggi. Quindi, devo ringraziarlo e scusarmi con lui proprio perché ha fatto il possibile.
Intendo introdurre questo tema con assoluta mancanza di ogni forma preconcetta di contrasto a ciò che sta facendo il Governo e soprattutto il sottosegretario Mantovano che si sta occupando da anni di questo tema. Chi di noi si è occupato di giustizia conosce bene il tema dei testimoni di giustizia, quindi mi limiterò ad alcune brevi osservazioni.

Qual è la premessa?
È una riflessione in Parlamento sulla questione se il ruolo del testimone di giustizia sia ancora un ruolo ritenuto importante dallo Stato, se al cittadino convenga fare il testimone di giustizia, se il cittadino, che rispetta le leggi e si fa carico di riferire all’autorità giudiziaria o comunque all’autorità ciò di cui viene a conoscenza rispetto ad altri cittadini che non rispettano le leggi, sia sufficientemente tutelato per questo, e se e cosa possa fare il Governo, il Parlamento, le istituzioni tutte per venire incontro a quelle persone che, facendo il loro dovere, ne pagano le conseguenze.
È un tema importante, è un tema che oggi poniamo all’attenzione con riferimento ad un caso specifico, quello di Pino Masciari, di cui parleremo a breve, ma in relazione al quale non vorrei che questa discussione si esaurisse con la trattazione del caso specifico, perché credo che questo tema meriti attenzione. Vi sono, infatti, situazioni delicatissime denunciate da coloro che sono testimoni di giustizia.
Ricordo a me stesso – non certo al sottosegretario Mantovano che credo sia uno di quelli che ha contribuito a scrivere la norma in materia – che ci si riferisce non ai collaboratori di giustizia, seppure la normativa sui testimoni di giustizia equipara la loro posizione, rispetto alla giustizia, ai collaboratori di giustizia. Di fatto è così; possiamo discuterne come ci pare, ma ai fini delle tutele, dei benefici e degli interventi, collaboratori e testimoni vengono visti allo stesso modo. Invece, sappiamo bene che il testimone non è colui che, dopo aver commesso il fatto, con atto di resipiscenza operosa si attiva, ma è colui che, senza aver fatto parte di organizzazioni criminali – dice espressamente la legge n. 45 del 2001 – anzi essendone a volte vittima, come esplica ancora la legge, ha sentito il dovere di testimoniare per ragioni di sensibilità istituzionale e rispetto delle esigenze della collettività, esponendo se stesso e la sua famiglia alla reazione degli accusati e alle intimidazioni della delinquenza. Mica è uno qualsiasi questo testimone di giustizia.

Per intenderci vorrei ricordarne qualcuno, anzi forse mi basterebbe ricordare una sola testimone di giustizia, una diciassettenne – credo che il sottosegretario Mantovano la ricordi bene anche lui – Rita Atria. È una ragazza che nasce da una famiglia mafiosa, a undici anni perde il padre, nel senso che il padre viene ucciso dalla mafia perché è un mafioso della famiglia di Partanna; lei è una ragazzina e il padre è un mafioso. Lei a questo punto si lega al fratello Nicola e alla cognata Piera Aiello, e ovviamente anche il fratello Nicola fa parte della famiglia mafiosa. Nel giugno del 1991 uccidono anche il fratello.
Si ritrova così a diciassette anni senza arte né parte e le due donne non sanno da chi andare e vanno da una persona che cominciano da subito a chiamare zio: è Paolo Borsellino. Questi raccoglie tutte le loro testimonianze perché Nicola si fidava della moglie e della sorella e ha raccontato loro tutto ciò che faceva insieme al padre e tutto ciò che faceva quella famiglia mafiosa di Partanna. Loro si affidano a questo zio, che sarà ucciso. Lei, disperata, una settimana dopo la bomba di via d’Amelio si uccide a Roma, dove viveva in segretezza.
Ricordo che la cognata disse queste parole, ricordando Paolo Borsellino: «Dopo la morte di zio Paolo mi sono scontrata con una realtà paradossale: oltre alla mafia dovevo combattere con i funzionari e gli apparati dello Stato per ottenere il mio diritto ad essere cittadino. Per anni ho subito bugie su bugie, umiliazioni su umiliazioni, sopraffazioni su sopraffazioni, macchine da tribunale sempre pronte a partire e ad arricchire verbali di interrogatori. Insomma, servivamo soltanto per riempire verbali di interrogatorio. Non persone, non cittadini, non pesi da trascinarsi, piuttosto pesi che di tanto in tanto vengono tirati fuori dagli armadi, vengono rispolverati con una telefonata ipocrita da parte di qualche funzionario dello Stato, poi il silenzio che uccide le speranze, lo spirito, la voglia di vivere, quel silenzio e quella solitudine che, secondo me, hanno spinto la mia cara cognata, Rita Atria, a spiccare il volo verso la libertà senza vincoli, la morte».
Questi sono i testimoni di giustizia: persone che mettono concretamente a rischio loro stessi per aiutare lo Stato a combattere la criminalità. Lo Stato ha approvato una legge molto chiara, la legge 13 febbraio 2001, n. 45, che afferma molti principi. Stabilisce che ……..

devono esservi misure di protezione fino all’effettiva cessazione del servizio e del pericolo per sé e per i familiari. Quindi, una protezione vera, reale ed effettiva. Dice che vi devono essere misure di assistenza anche oltre la cessazione di questo pericolo e interventi per dare un tenore di vita personale e familiare non inferiore a quello che esisteva prima per quanti si sono recati dalla giustizia. Afferma appunto che vi devono essere una serie di interventi anche finanziari per mettere queste famiglie in condizione di vivere. Insomma, tutto sommato, la legge cerca di venire incontro a tutto questo e all’articolo 12, introducendo l’articolo 16-ter nella legge 15 marzo 1991, n. 82, chiude con una norma quadro: se lo speciale programma di protezione include il definitivo trasferimento in altra località, il testimone ha diritto ad ottenere tutte quelle stesse speranze di vita che aveva prima.
Dunque, oggi, quale questione vogliamo introdurre parlando del caso Pino Masciari, di cui vogliamo discutere, ma è soltanto l’occasione? Vogliamo cercare di dialogare con il Governo – ripeto, sottosegretario Mantovano, non è per criticare il Governo ma per dialogare con il Governo, per confrontarci con il Governo – per vedere se si può fare qualcosa di più e di meglio rispetto a ciò che si è fatto in questi anni perché non c’è testimone di giustizia che sia rimasto soddisfatto di aver fatto il suo dovere. Ogni persona che ha fatto il suo dovere (ho un elenco, ma non voglio leggerlo perché non voglio apparire patetico) dopo aver fatto il testimone di giustizia si è ritrovata a fare la fine del – come si dice dalle mie parti – «cornuto e mazziato».
Lei sa meglio di me, sottosegretario Mantovano, che non molto tempo fa a Castel Volturno ne è stato ammazzato uno che, facendo il testimone di giustizia, ha riferito tanti fatti che servivano allo Stato, dopodiché lo Stato ha revocato la sua protezione e poco tempo fa Domenico Coviello è andato in paradiso.
Dunque, ritengo che dobbiamo trovare un sistema per fare in modo che queste persone si sentano protette dallo Stato. Lei, l’altro giorno, il 6 ottobre, a Palermo, ha detto una cosa importante. È un’affermazione che forse qualcuno le ha contestato ma io credo che lei abbia ragione. Lei ha detto che il Governo proporrà l’introduzione di sanzioni all’imprenditore che gestisce apparati pubblici e non segnala la pressione delle cosche. Ha detto inoltre che intendete farlo con un emendamento al cosiddetto pacchetto sicurezza.
In altre parole voi dite all’imprenditore: «Caro signore, se qualche mafioso ti avvicina tu non devi più fare solo il testimone di giustizia se vuoi, lo devi fare obbligatoriamente, altrimenti ti vengono revocati gli appalti, avrai la risoluzione dell’appalto e vieni interdetto dall’attività di impresa». Guardi che è durissimo quello che sta dicendo lei, ma credo che abbia ragione, perché è l’unico modo per contrastare la mafia. Noi in Parlamento ci confronteremo su questo emendamento, quando lo presenterà. Noi dell’Italia dei Valori non vogliamo opporci a questo emendamento, ma vorremmo che fosse aggiunto qualcosa in più: ossia evitare che quelli che fanno il loro dovere non si trovino in braghe di tela, perché questo è il dramma.
Se prendiamo il caso di Pino Masciari, si può condividere o meno ciò che ha fatto, ma certamente, da atti non miei, ma della apposita commissione addetta al programma di protezione, ancora nel 2008 viene riferito che Pino Masciari è a tutti gli effetti inserito nel programma di speciale protezione e quindi è persona che è considerata a tutti gli effetti testimone di giustizia. E non lo è perché se lo è inventato lui o perché è stato favorito in qualcosa, ma lo è perché lo stesso Ministero dell’interno, il 24 aprile 2008 e quindi non molto tempo fa, scrive testualmente: «Il Masciari, imprenditore edile, ha reso un eccezionale contributo testimoniale all’autorità giudiziaria, consentendo la disarticolazione delle pericolose aggressioni criminali che si erano rese responsabili di continue estorsioni e vessazioni nei suoi confronti. Tali fatti hanno determinato una rilevante esposizione debitoria del Masciari (…)».
Con questo voglio dire che ci troviamo di fronte ad un altro testimone di giustizia, come tanti testimoni di giustizia, e Masciari è per me solo un’occasione per parlare di un tema importante, per vedere se si può trovare una soluzione a tutto ciò. Orbene, nel caso di Masciari il 19 settembre, poi ribadito anche il 2 ottobre, la commissione ha deciso. Masciari ha chiesto l’accompagnamento e la scorta per i suoi viaggi, ma ha chiesto l’accompagnamento e la scorta per i suoi viaggi non per motivi di giustizia, ma perché vuole andare a fare cose sue: in questo caso voleva andare a fare convegni all’università per spiegare ai giovani il dovere, oltre che il diritto, di rispettare la legge e il dovere civico di denunciare le angherie e le superbie che si possono fare da parte della criminalità mafiosa, e quindi andava a fare anche qualcosa di nobile. Rispetto a tutto ciò gli è stato risposto che gli veniva concessa la possibilità di essere assistito, ma poi il teste avrebbe potuto in ogni caso effettuare spostamenti in piena autonomia. Per il resto, le sue istanze di essere scortato non sono accolte. Qui c’è un problema: se noi decidiamo che il testimone di giustizia è tale soltanto quando ci serve, se nei confronti di coloro che fanno il loro dovere li accompagniamo, li tuteliamo, offriamo loro il cappuccino la mattina solo quando devono andare in tribunale e non quando devono vivere una vita normale, poi è difficile dir loro nello stesso tempo: «Però, se sbagli, ti ritiro l’appalto, ti tolgo il contratto e non puoi fare più l’imprenditore». Diventa difficile tutto ciò.
Ripeto: signor sottosegretario Mantovano, sarebbe davvero ingiusto criminalizzare questo Governo o dire che altri Governi hanno fatto meglio. È un tema vero, concreto, reale, con cui ci scontriamo tutti i giorni, perché è davvero difficile assicurare l’incolumità a una persona nei cui confronti la criminalità mafiosa ha deciso di regolare i conti. E siccome è difficile tutto ciò, dobbiamo tutti insieme trovare una soluzione. Allora la mia domanda è questa: che cosa – oltre al fatto che, come ha detto lei, dobbiamo costringere gli imprenditori a venire fuori e a dichiarare quanto hanno da dichiarare – possiamo fare per dare più garanzie, per farli sentire più tranquilli e più sereni, per far loro capire che non sono soltanto uno straccetto usa e getta, ma che dopo possiamo fare qualcosa con loro.
In particolare, per quanto riguarda la vicenda di Masciari se sia vero o non sia vero che c’è una discrasia tra ciò che le carte dicono che deve essere tutelato e ciò che di fatto è: ovvero che ancora oggi Masciari è senza scorta quando si sposta non per motivi di servizio. Signor sottosegretario, so che mi dirà che non è così. Prima di dirlo però – la prego – insieme a me, se vuole, di usare il videotelefonino per vedere dove si trova Masciari, in questo momento, senza scorta: in Calabria, dove nessuno lo sta scortando (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).

PRESIDENTE: Il sottosegretario di Stato per l’interno, Mantovano, ha facoltà di rispondere.

ALFREDO MANTOVANO, Sottosegretario di Stato per l’interno. Signor Presidente, benché non riguardi l’interpellanza in esame, sento il dovere di far presente alla Presidenza e ai firmatari di altri atti di sindacato ispettivo per la giornata di oggi, alcuni impegni istituzionali, ovviamente documentabili. Facevo prima accenno all’onorevole Di Pietro al disegno di legge sulla sicurezza: c’è infatti la necessità oggi, in sede di Presidenza del Consiglio, in coincidenza con la scadenza dei termini per la presentazione degli emendamenti, di coordinare la presentazione dei medesimi. Io non avevo dato disponibilità alla mia presenza e in tal senso avevo concordato con l’onorevole Di Pietro un rinvio della sua interpellanza. Le cose sono andate diversamente e la mia disponibilità, purtroppo, pur essendo di massima costante – come, credo, gli atti parlamentari dimostrano – deve limitarsi alla sua interpellanza. Ciò non significa assolutamente mancare di rispetto a chi ha presentato altri atti di sindacato ispettivo. Intendo ricordare che in questo momento il Ministro dell’interno – che ha risposto comunque su queste vicende nelle linee generali nel corso della giornata di ieri – è al Consiglio dei ministri di Napoli; altri due colleghi hanno altrettanti impegni seri e istituzionali. Io mi trovo pertanto in queste condizioni e devo ringraziare il collega Menia per la sua presenza nelle risposte.
Vengo alla interpellanza in oggetto. Uno dei limiti principali della legge 13 febbraio 2001, n. 45, che in quegli anni aveva disciplinato il sistema delle protezioni, è stato quello della mancata distinzione tra i collaboratori di giustizia (i cosiddetti pentiti) e i testimoni ovvero fra chi, al di là dei drammi interiori, ha commesso delitti e punta ai premi derivanti dalla collaborazione e chi, da persona onesta, non può e non deve subire danni per le dichiarazioni che rende su gravi fatti criminali. Il risultato è stato che, per troppo tempo, circa un decennio, i testimoni di giustizia sono stati considerati alla stregua dei cosiddetti pentiti, con profonde ferite della dignità personale unitamente a gravi disfunzioni operative.
Ritengo – e ringrazio l’onorevole Di Pietro per averlo ricordato – di aver avuto una minuscola parte nella modifica di questo sistema: ho infatti redatto, nel corso della tredicesima legislatura, per la Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali similari, una relazione sui testimoni di giustizia, approvata all’unanimità nel 1998, nella quale si descrivevano queste anomalie, partendo dall’esame di casi concreti; ho inoltre presentato, sempre nel corso della tredicesima legislatura, una proposta di legge tesa al riconoscimento di un vero e proprio statuto del testimone di giustizia, poi recepito nella legge n. 45 del 2001, di riforma del sistema di protezione. Quella legge ha introdotto – anche questo è stato ricordato – profonde innovazioni in materia, partendo dal presupposto che i testimoni di giustizia non hanno soltanto un indubbio valore processuale, dal momento che la loro parola non necessita, a stretto rigore, di riscontri, ma hanno un valore civile ancor più certo, soprattutto nelle aree di consolidata tradizione omertosa, nelle quali sono rari i casi di testimoni oculari di delitti. Proprio per questo, la legge di riforma ha differenziato in modo netto la posizione dei testimoni da quella dei collaboratori, con le disposizioni a tutti note. La legge è poi stata seguita, nel 2004, da un decreto ministeriale di attuazione. Dall’ottobre 2001 fino al maggio 2006 e poi a partire dal luglio 2008, sono chiamato quotidianamente ad applicare queste norme quale presidente della commissione sui programmi di protezione. Nel periodo intermedio tale compito è stato svolto dall’onorevole Minniti, quale viceministro dell’interno. Vorrei ricordare questo per sottolineare l’assoluta continuità: non si parla di questo o dell’altro Governo, si parla dello Stato e della sua posizione nel confronti dei testimoni di giustizia. In tale veste posso dire, con assoluta serenità – ma cercherò di documentarlo con dati oggettivi – che nell’atto di sindacato ispettivo vi è una serie di inesattezze.
Per cominciare non risponde al vero che, come si scrive nell’interpellanza, la delibera che assegna le condizioni di protezione e mantenimento deve essere accettata, pena il decadimento di tutti i diritti di protezione. I diritti e i doveri derivanti dalla condizione di soggetto protetto derivano dalla legge, non da una delibera di commissione, e sono contenuti, come certamente l’interpellante sa, nell’articolo 12 della legge, così come modificata nel 2001, e nell’articolo 9 del decreto ministeriale 23 aprile 2004. Le disposizioni contenute nelle due fonti appena enunciate vengono trasferite nel contratto che il testimone è chiamato a sottoscrivere all’atto dell’ingresso nel programma.
Dall’insieme di norme primarie e secondarie va detto ancora che non risponde al vero che i testimoni di giustizia abbiano un trattamento parificato, se non addirittura inferiore, a quello dei collaboratori di giustizia: ci sono delle differenze importanti. Segnalo che i testimoni di giustizia hanno accesso a mutui agevolati senza dover prestare garanzie, in virtù di una convenzione stipulata con un importante istituto bancario e questo non accade per i collaboratori. Hanno facoltà di chiedere allo Stato l’acquisizione, a prezzi di mercato, dei beni che lasciano nella località di origine se si sono trasferiti, e anche questo non accade per i collaboratori.
Possono, inoltre, servirsi di consulenti di loro fiducia, le cui prestazioni sono integralmente a carico del servizio centrale di protezione, per qualsiasi problema legato alle pregresse attività lavorative e a quelle future da intraprendere. Ricevono assegni mensili di mantenimento di importo superiore – ma per delibera oggettiva – del 50 per cento, a parità di consistenza del nucleo familiare, rispetto a quello dei collaboratori di giustizia, con possibilità di integrazione maggiore in presenza di un reddito pregresso documentato.
Godono del rimborso delle cure mediche, comprese quelle odontoiatriche, effettuate in regime privatistico, di contributi straordinari relativi al tenore di vita preesistente, rimborso vacanze, acquisto testi e attrezzature scolastiche e della possibilità, come è giusto che sia, di visionare preventivamente gli alloggi scelti per loro dal servizio centrale di protezione che sono sempre di livello almeno pari a quello occupato nella località di origine. Possono, inoltre, fruire, a richiesta, di colloqui di orientamento e sostegno con i direttori tecnici psicologi del servizio centrale di protezione e del risarcimento del danno biologico, in merito all’accertamento del quale vige da tempo una convenzione con il servizio medico legale dell’INPS.
Dall’approvazione della legge 13 febbraio 2001, n. 45 si è molto lavorato sul terreno del reinserimento socio – lavorativo del testimone, nella consapevolezza che esso non può prescindere, così come prescrive la legge, dal tenore di vita e dal tipo di attività che ha preceduto l’ingresso nel programma di protezione.
Il discorso è relativamente più agevole quando il testimone, in precedenza, aveva svolto un lavoro autonomo, per esempio aveva gestito un esercizio commerciale o aveva condotto una azienda, mentre presenta aspetti più problematici nelle ipotesi in cui l’attività antecedente alla deposizione era alle dipendenze dei privati, ma anche da questo punto di vista si è lavorato per reinserire chi aveva questa condizione pregressa.
La trattazione dei singoli casi riguardanti i testimoni è avvenuta e avviene col coinvolgimento attivo degli stessi interessati ai quali è chiarito, nel corso delle audizioni svolte in commissione, che non devono in alcun modo in sentirsi controparte rispetto allo Stato, bensì protagonisti delle scelte relative al proprio futuro, contribuendo in modo propositivo alla formazione delle decisioni che li riguardano. Le audizioni, peraltro, permettono alla commissione di avere l’esatta cognizione della condizione dei testimoni di giustizia e quindi di poter adottare i provvedimenti ritenuti più aderenti alla soluzione dei problemi rappresentati.
Sui testimoni giochiamo una partita difficile: quella della credibilità delle istituzioni nella lotta la criminalità. La garanzia di un adeguato futuro ai testimoni e alle loro famiglie è in grado di incoraggiare altri a non avere remore nel riferire quanto è a propria conoscenza alle forze dell’ordine e all’autorità giudiziaria. Obiettivo primario, peraltro, è consentire il più possibile, se ovviamente il testimone lo desidera o lo chiede, la permanenza nel luogo di origine attraverso adeguate misure delle quali, in ogni caso, va sempre verificata la possibilità.
Attualmente il numero dei testimoni protetti in loco è in totale di ventuno: non c’erano prima della legge 13 febbraio 2001, n. 45. Dodici si trovano in Campania, quattro in Calabria, tre in Sicilia e due in altre regioni.
Questo, a mio avviso, rappresenta un segno di vittoria dello Stato in tutti questi casi specifici, pur nelle obbiettive difficoltà di tutela, perché quando un testimone viene ammesso al programma, la sua protezione, con il trasferimento in una località protetta, è garantita dalla mimetizzazione. Si porta il testimone a mille chilometri di distanza in un luogo dove nessuno, perlomeno in teoria, lo conosce.
La protezione in loco, dove invece è conosciuto, richiede un meccanismo di tutela imponente per uomini (scorta per più turni) e per mezzi (spesso anche impianti articolati e complessi di video sorveglianza). Tuttavia, si affronta questo tipo di sacrificio perché va nella direzione di garantire il minor disagio possibile al testimone, ma anche di trasmettere un messaggio di forte presenza dello Stato che non costringe chi collabora per l’accertamento dei fatti delittuosi ad allontanarsi e a lasciare il luogo d’origine.
Intendo, più in generale, ricordare un solo dato relativo proprio all’applicazione della nuova legge. Si tratta del dato relativo alle nuove ammissioni a programma di testimoni di giustizia dal momento in cui è iniziata l’applicazione della legge n. 45 del 2001. Nel periodo compreso tra il secondo semestre 1996 e il primo semestre 2001, quindi prima che entrasse in vigore la suddetta legge n. 45, i nuovi testimoni ammessi al programma furono complessivamente ventisette, in media poco più di cinque all’anno.
Dal secondo semestre 2001, ossia da quando è operativa la nuova legge, fino ad oggi, vi sono state 116 nuove ammissioni, con una media di più di sedici all’anno e cioè più del triplo rispetto a prima del varo della legge n. 45 del 2001, a dimostrazione del successo delle nuove disposizioni. Grazie a Dio, ma soprattutto grazie a chi ha lavorato – in particolare tra le forze di polizia – per l’attuazione della nuova legge, viviamo tempi ben lontani da quelli della giovane Rita Atria che lei prima ha ricordato.
Veniamo ora a trattare l’argomento relativo a Giuseppe Masciari. Egli viene ammesso al programma di protezione, con delibera della commissione centrale, il 17 marzo 1998, su proposta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Nel programma erano inclusi la moglie e i due figli minori. L’imprenditore edile aveva riferito, in qualità di testimone, di essere stato oggetto di estorsioni che gli avevano provocato una grave esposizione debitoria, anche per effetto dei prestiti usurari contratti nei confronti di appartenenti a organizzazioni criminali, ai quali era stato costretto a rivolgersi. Tale situazione debitoria aveva provocato il dissesto della sua impresa e, quindi, la dichiarazione di fallimento nell’ottobre del 1996.
Non risponde al vero che è mancato il sostegno per l’inserimento lavorativo della moglie di Masciari, odontoiatra. Ella, infatti, ha ricevuto, poco dopo l’ingresso nel programma, un contributo pari a lire (all’epoca vi erano le lire) 388.631.000, oltre alle spese necessarie per il trasferimento delle attrezzature di lavoro. Tale contributo è stato incassato e mai utilizzato secondo la destinazione, nonostante la legge preveda che esso debba essere impiegato e che l’impiego debba essere documentato. Ella ha, altresì, rifiutato di lavorare presso una ASL, lavoro che le era stato procurato, e ha altresì rifiutato un impiego in uno studio privato e una collaborazione di odontoiatra con un docente universitario.
Non risponde al vero che è mancato il sostegno per il reinserimento lavorativo di Masciari. È vero il contrario. Proprio al fine di permettere il pieno reinserimento nella vita economica e sociale, la commissione ha anzitutto acquisito elementi che provassero il collegamento tra l’estorsione e l’usura subita e il precipitare della sua condizione fino al fallimento. Tali elementi in origine erano assenti. Inoltre, ha puntato ad articolare una via d’uscita al fallimento in assenza della quale il pregiudizio a suo danno derivante dalle inibizioni collegate allo status di fallito avrebbe precluso ogni seria ripresa di attività.
Ciò ha impegnato la commissione in un lungo e complesso lavoro di audizioni e di contatti fra i vari soggetti istituzionali interessati, colmando lacune comunicative da parte di più di un ufficio giudiziario e colmando documentazioni inadeguate da parte di Masciari.
Fra il 2001 e il 2004 la commissione ha ascoltato in audizione Masciari per ben sette volte (per brevità evito di citare le date, ma sono disponibile a fornirle). La commissione ha, altresì, ascoltato in audizione il giudice delegato e il curatore del fallimento di Masciari il 22 gennaio 2003. Il 6 ottobre 2004 ha ascoltato, sempre in audizione, il pubblico ministero delegato a seguire i procedimenti che interessavano Masciari quale testimone.
Benché il magistrato avesse sostenuto che il collegamento fra la testimonianza e il fallimento non fosse munito di specifici riscontri, tuttavia la circostanza che alcuni immobili, già intestati alla Masciari costruzioni, fossero nella disponibilità degli imputati da lui accusati, ha fatto propendere la Commissione per una indiretta conferma del nesso causale tra le estorsioni subite e l’esposizione debitoria che aveva condotto al fallimento.
Tale conclusione, lo ripeto, è stata frutto di un approfondimento svolto dalla Commissione più che dall’autorità giudiziaria proponente. A seguito dell’istruttoria complessa prima descritta, esito di contatti con gli organi del fallimento, il 27 ottobre 2004 a Masciari è stata proposta una definizione della posizione, incaricando il servizio centrale di protezione: di porre a disposizione degli organi del fallimento una copertura finanziaria pari a 1.293.418,60 euro per la chiusura della procedura concorsuale mediante concordato fallimentare; di erogare a Masciari, a chiusura (cioè dopo la procedura concorsuale e non prima, altrimenti ci sarebbe stato l’assorbimento dal passivo fallimentare) della capitalizzazione delle misure di assistenza economica nella misura massima prevista dalle determinazioni riguardanti i testimoni di giustizia. In base al decreto ministeriale la capitalizzazione può avvenire da un minimo di due anni di assegno mensile di mantenimento (con tutte le integrazioni, locazioni eccetera) fino a un massimo di dieci anni, ed è stata proposta la misura massima per un totale di 267.400 euro; di erogare a Masciari e alla moglie, a chiusura della procedura concorsuale, le somme determinate a titolo di danno biologico risultanti dalla perizia medico legale dell’INPS, eseguita su incarico della Commissione, sulla base delle tabelle del tribunale di Roma secondo gli indici ISTAT, pari rispettivamente a euro 18.870 per Masciari e 29.670 per la moglie; di fare salvi gli effetti della delibera del 23 marzo 2000, in quanto finalizzata alla realizzazione del reinserimento sociale della moglie di Masciari e, quindi, di mantenere a suo favore il contributo straordinario all’epoca erogato di 388.631.000 lire oltre a quelli necessari per il trasporto e il montaggio delle attrezzature; di prorogare, nelle more della definizione della procedura concorsuale, il programma speciale di protezione nei confronti di Masciari e del suo nucleo familiare per ulteriori cinque anni a decorrere dal marzo 2000 (siamo all’ottobre del 2004), fatte salve le ulteriori determinazioni.
La Commissione non si pronunciava sul mancato guadagno di cui all’articolo 16-ter della legge sui collaboratori di giustizia, ritenendo gli elementi informativi acquisiti, in assenza di un valido contributo anche da parte dell’interessato, insufficienti per pervenire alla valutazione; l’accertamento, però, limitatamente a tale aspetto, veniva demandato al commissario per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura, organo competente in merito alla concessione delle provvidenze relative. Quindi, non vi era un rifiuto a considerare tale aspetto (il mancato guadagno), ma un rinvio all’autorità competente, peraltro più volte presente in Commissione per esaminare congiuntamente alla commissione il caso e, quindi, a conoscenza, in dettaglio, dello stesso.
Contro questo provvedimento Masciari e la moglie hanno presentato ricorso al TAR del Lazio e il TAR del Lazio fino ad oggi non si è pronunciato. Tale pendenza giudiziaria – credo che vada sottolineato – non ha causato nessun danno a Masciari, il quale è rimasto nella pienezza del programma assistenza e protezione, in attesa della definizione del giudizio.
Concludendo sul punto, il reinserimento di Masciari sarebbe avvenuto già da quattro anni se lo stesso Masciari non avesse rifiutato, impugnandola, la delibera della Commissione che riportava le voci prima elencate; e sarebbe avvenuto restando impregiudicata la protezione personale e la definizione mancato guadagno per un importo complessivo di 1.810.069,76 euro.
Lo Stato, quindi, già da quattro anni, ha proposto a Masciari, ricevendo un rifiuto, una definizione non inferiore, lo ripeto, a più di 1.800.000 euro. La sua posizione è stata ripresa sotto il precedente Governo dalla Commissione presieduta dal Viceministro, onorevole Minniti.

Postato da Antonio Di Pietro in

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