FERMIAMOCI E RIFLETTIAMO: NON TUTTI I MALI VENGONO PER NUOCERE (FORSE) !

Da "Il Quotidiano" leggo e riporto testualmente quanto scritto da Ulderico Nisticò.
"Economie particolari e crisi educativa

ULDERICO NISTICÒ

T

anto per fare il professore,ricordo che il greco “krisis” significa “momento di giudizio”, e perciò non si sa mai come va a finire:

potrebbe produrreanche effetti positivi. Uno c’è già, ed è che più o meno tutti, tranne gli ultimi irriducibili utopisti,si stanno convincendo

che il martedì di Carnevale dell’Occidente è finito, e inizia la Quaresima. Coraggio, dopo la Quaresima arriverà anche la gioia pasquale.

Per ora, dobbiamo stringere la cinghia, il che non può che far bene a chi è sovrappeso (per esempio, chi scrive), e a chi insegue

eudamonismo,  edonismo e ottimismo infantile, il quale inizierà a capire che la vita non è “divertirsi”, e divertirsi è un intervallo tra

 cose serie e lavoro.

Ottimo: i bamboccioni di 40 anni tutti mamma e discoteca; le ragazzotte piene di naturali inestetismi e speranzose nella chirurgia

plastica che le renda Veneri ed Elene sospirate da giovanotti ossimoricamente muscolosi e obbedienti; i vecchietti indolenziti che

bramano avventure  esotiche; e gli scolarizzati appena appena che si sono convinti di essere, anzi di aver il diritto di essere poeti e

filosofi: costoro magari andranno  a cercarsi un lavoro, un marito altrettanto inestetico però utile, un circolo di scacchi per trascorrere

la terza e quarta età, e una giusta dimensione  delle loro poche e mal digerite idee libresche.

Tutto l’Occidente ha fondato il suo progresso sui lussi di massa (altro ossimoro!), sulla vita come piacere e svago, sull’inseguimento

del benessere e relativa corsa dell’inflazione; e sullo stampaggio industriale di carta moneta cui non corrispondono delle cose concrete.

Così siamo vissuti molto al di sopra delle nostre possibilità, e, prima o poi, dovevamo pagarne il conto. L’Occidente non crollerà, e

nemmeno  il capitalismo nel senso di  economia di mercato: ma, se vorrà salvarsi, dovrà ripensare profondamente i rapporti di lavoro,

produzione, scambio, rappresentazione monetaria.

Non bisogna, nel mondo delle macchine, lavorare di più, ma lavorare meglio, decidere più intelligentemente cosa produrre e cosa no

 o di meno.

Precondizione, cambiare la mentalità, a cominciare dai libri di testo delle scuole, i quali diffondono, con sfacciata contraddizione, i due

atteggiamenti più diffusi, e del resto uno conseguenza dell’altro e viceversa: edonismo e depressione; e, assieme, l’idea che il lavoro è

una disgrazia, e che perciò scopo della vita è il riposo.

Va girato un film con operai, artigiani, contadini robusti, felici e amati dalle donne: vedrete che al posto fisso al coperto non ci pensa più

nessuno, salvo non sia seriamente ammalato!

Ma bisogna ripensare gli assetti dell’intero mondo. È non solo immorale, ma antieconomico che due terzi del pianeta muoiano di

fame perché qualcuno porti una camicia firmata.

Urge resuscitare le economie particolari e locali, e senza pretendere che il cuore dell’Africa o dell’India, o, perché no, della Calabria,

riproducano per forza il modello di N. York e Milano.

Produrre e comsumare sul posto, e commerciare il superfluo, come è sempre avvenuto nei secoli, quando non sapevano nemmeno che

c’era l’India, però le spezie le compravano lo stesso a Parigi e a Firenze e a Soverato; però mangiavano pesce e chianina e formaggi locali.

Chissà che la crisi non generi una rieducazione mondiale, morale e politica

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