NESSUNO DEVE PRENDERE COSCIENZA……………………………

Ecco cosa accade quando qualcuno vorrebbe scrivere quello che
ritiene sia la realtà, anche se amara!
Interviene sempre qualcuno più influente che glielo impedisce perchè,
non bisogna mai agitare la me.lm.a in cui siamo immersi: potremmo
esserne soffocati od anche, ed è questo che fa più paura a coloro che
vogliono mantenere, ad ogni costo lo "status quo" ed i propri privilegi,
LIBERATI!
Credo che la Maggioranza, anche se silenziosa, aspiri alla "LIBERAZIONE",
quindi non abbia nessun timore a rimestare la me.lm.a per ristabilire il
vero andamento e lo sviluppo dei gravissimi "fatti" che hanno inquinato
la Società italiana, anche arrivando ad assassinare i MIGLIORI tra noi !
C’è chi vorrebbe alzare il pesante sipario, ma……le "caste" dicono no!
Dal blog di Beppe Grillo ricevo e riporto: 
 "

di A. M.

Caro Beppe,
sono un ragazzo di 26 anni, laureato in scienze della comunicazione con 110 e lode. Sto svolgendo uno stage alla Stampa di Torino, che definire avvilente è poco…. Ieri ho proposto al mio capo redattore (sono nella redazoine di politica) un articolo sulla questione di Giorgio Bocca, che mi è stato rifiutato visto che "Le istituzioni meritano la nostra piena fiducia, in quanto altrimenti non ci sarebbe lo Stato. Le forze dell’ordine fanno anche il gioco sporco". Lascio a te reputare se questo era il senso del mio articolo. Ecco il testo:

Nel 1876, sei anni dopo la definitiva Unificazione dell’Italia, Leopoldo Franchetti, un giovane intellettuale toscano, fece un viaggio in Sicilia con l’amico Sidney Sonnino, per accertare la situazione dell’allora incipiente fenomeno, ai più misconosciuto, della maffia. Il barone ebreo-livornese, all’epoca ventinovenne, si sarebbe poi rivelato un attento studioso meridionalista, tanto da divenire in seguito senatore del Regno d’Italia. L’inchiesta in Sicilia del 1876 pose per la prima volta con urgenza l’attenzione sulla questione della mafia. Centotrentatrè anni fa i due “ragazzi dello Stato” sconvolsero l’opinione pubblica riportando una situazione impressionante: rivelavano un mondo in cui lo Stato aveva sostanzialmente fallito l’obbiettivo d’instaurare la sua autorità morale, lasciando il potere nelle mani di uomini che potevano minacciare e uccidere con la certezza dell’impunità. Franchetti scoprì inoltre, con un certo sbigottimento, che la mafia non era affatto una società segreta. Gli “uomini d’onore” non ne avevano alcun bisogno, perché si muovevano in un ambiente (una vasta porzione della Sicilia occidentale e centrale) in cui la loro autorità era pressoché incontestata. Nessuno, nel 1876, avrebbe mai pensato di denunciarli alla polizia. Essi ricoprivano un’importanza tale nel tessuto sociale che tutti (compresi i rappresentanti dello Stato) erano obbligati, che gli piacesse o meno, a trattare con i mafiosi, diventando oggettivamente loro complici.
Appare oggi un po’ ipocrita sdegnarsi di fronte alla denuncia di Giorgio Bocca su L’espresso. Che poi denuncia non è. La mafia, centotrentatrè anni orsono, era già diventata una parte drammatica della nostra nazione, e conseguentemente una parte oscura della nostra identità. Certo è lecito cercare di non fare di tutta un’erba un fascio. E’ giusto ricordare i morti tra le forze dell’ordine siciliane, vittime della mafia perché convinti ed onesti nemici di essa. Ma vorrei sapere perché una cosa debba escludere l’altra. Credo che, al contrario, sia doveroso combattere con tutte le forze le infiltrazioni mafiose nello Stato, così come era palese agli occhi dei nostri caduti per la legalità, dal generale Dalla Chiesa a Giovanni Falcone, a Paolo Borsellino, a Gaetano Costa, a Boris Giuliano, per arrivare a Padre Puglisi e a Peppino Impastato. E’ facile profondersi in panegirici sulle forze dell’ordine. Del resto, sull’essenzialità di polizia e carabinieri siamo tutti d’accordo, presumibilmente anche l’”anti-italiano” Giorgio Bocca. Il fatto è però che stonano certe parole nei giorni in cui Roberto Saviano si lamenta (oltremanica) per la sua condizione di esule in patria, abbandonato da tutto e da tutti. Quando cioè un paladino della lotta alla mafia arriva a pentirsi del suo coraggio e delle sue denunce. Negli stessi giorni in cui si abbassa un nuovo sipario sullo scioglimento del comune (accertato mafioso) di Fondi. Forse allora, come sempre, sarebbe meglio che gli slogan ed i gingle politici venissero sostituiti da fatti concreti. In onore di chi ci ha creduto fino alla morte. Senza, italianamente, tapparsi gli occhi al buio.

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