LA MAFIA E’ORMAI GLOBALE: HA CAPITO CHE PUO’ FARE SOLO AFFARI MODESTI DOVE L’ECONOMI A E’ POVERA, MA AFFARI GRANDI DOVE L’ECONOMIA PROSPERA !!

Nessuno vuole ammettere la capillare diffusione della delinquenza organizzata,
la "ex mafia", in tutto il Paese e in tutte le cosiddette "istituzioni, con i loro
"colletti bianchi" che, delle "mafie" sono i peggiori elementi, poichè "mimetizzati"!
Il concittadino prof. Luigi Lombardi Satriani esprime una convinzione che condivido
sin da quando ho iniziato a guardarmi intorno ed a subire, pesantemente, gli effetti
della conclamata "situazione": solo lo stato, sembra, non voglia intervenire efficacemente!
Eppure, secondo me e come ho avuto modo di esprimere anche pubblicamente,
BASTEREBBE COSI’ POCO PER SCONFIGGERLA (SE SOLO CE NE FOSSE LA VOLONTA’)!
A QUESTI ELEMENTI E’ IL "PORTAFOGLI" CHE BISOGNA SOTTRARRE, NON LA "LIBERTA" !
INFATTI UNA DELLE LORO CONVINZIONI E’ CHE: "IL CARCERE NON HA MAI ROVINATO
NESSUNO (DI LORO, PERO’)!!
Riporto quanto scritto dal Professore, a proposito della "’ndranghita", ma vale per tutte
le organizzazioni "mafiose":
"

Nessuna gentilezza

se c’è la ’ndrangheta

LUIGI M. LOMBARDI SATRIANI

Ancora una volta notizie di

‘ndrangheta. Sarebbe riposante

se la cronaca quotidiana

ci restituisse notizie connesse

alla distrazione, persino all’evasione.

Si potrebbe trattare di

eventi culturali, mondani, descrivere

luoghi e personaggi dalla vita

costellata da successi e realizzazioni

socio-culturali, atti quindi a

costituire modelli da seguire.

Purtroppo non è così. In anni ormai

lontani Bertold Brecht notava

quanto avrebbe preferito scrivere

di poesie d’amore, di esaltazioni

della natura, ma che in quegli

anni (il nazismo era imperante)

“noi non si poté essere gentili”.

Anche questa rubrica, che ambisce

a costituirsi essenzialmente

come osservatorio della vita sociale

e culturale della nostra regione,

non può essere “gentile”o dilettarsi

di argomenti gradevoli, suscitatori

di ottimismo e speranza. Perciò,

ancora una volta ‘ndrangheta.

In questi giorni i mezzi dicomunicazione,

sia quelli di diffusione

regionale che quelli di ambito nazionale,

hanno dato ampio risalto

al dato che il Café de Paris – luogo

fellinianamente emblematico della

“dolce vita” romana e non soltanto

di essa – e altre strutture del

settore alberghiero e della ristorazione

della capitale sono saldamente

in mano a famiglie della ‘ndrangheta.

Subito dopo è stata la

volta della sistematica utilizzazione

da parte della mafia dei Fondi

italiani ed europei per l’incentivazione

del turismo, per cui buona

parte degli insediamenti turistici

è, da Cutro a Reggio Emilia, direttamente

o indirettamente nelle

sue mani. Ovviamente, sarebbe errato,

oltre che ingiusto nei confronti

di tutte le iniziative turistiche

che si sono sviluppate onestamente

e con lodevole impegno in

questi anni, fare di tutta l’erba un

fascio, il che potrebbe, oltretutto,

costituire pretesto e alibi per

un’ulteriore contrazione dei flussi

turistici nella nostra regione. La

presenza però della ‘ndrangheta

in questo settore, in business imprenditoriali

in affari più o meno

loschi fatti in Italia e all’estero, in

contatti con le istituzioni è ormai

un dato documentato, sia da dichiarazioni

di collaboratori di giustizia

che da inchieste della magistratura.

A ragione, dunque, si è

parlato di “’ndrangheta imprenditrice”

e numerosi giornali, compreso

il nostro, ha così titolato i

servizi che via via hanno pubblicato

al riguardo.

Essi suscitano irritazione, indignazione

e sgomento, ma non sorpresa.

Da anni, gli studi socio-antropologici

– si pensi, per tutti, a quelli di

Pino Arlacchi – hanno descritto

una “mafia imprenditrice” inda –

gandone diversi aspetti e le modalità

del suo organizzarsi. L’eventuale

sorpresa testimonierebbe

quindi quanto ancora persista

una concezione della ‘ndrangheta

associata esclusivamente alla sua

dimensione arcaica, come se fosse

rimasta ancorata a una società

agro-pastorale, dagli antichi rituali

e segnata irreversibilmente

dalla ferinità. Uno stereotipo che

ritroviamo in tanti film, sceneggiati

televisivi, servizi giornalistici

di inviati alla ricerca di colore:

ho spesso citato il caso di un articolo

apparso anni fa su un quotidiano

nazionale che si soffermava su

un noto latitante di Gioia Tauro

presentandolo disinvoltamente

acquartierato nelle chiome degli

alberi di ulivo, costretto però, nei

mesi invernali, quando, com’è noto,

gli ulivi perdono le foglie, a ricorrere

all’omertosa complicità

dei compaesani, rifugiandosi nelle

loro case. Più volte, anche nelle

ultime settimane, ho parlato in

questa rubrica della ‘ndrangheta,

della sua enorme potenza economica

(è di gran lunga la più ricca

organizzazione criminale operante

in Italia), della sua capacità di riconvertire

i propri investimenti,

inseguendo via via i settori più

redditizi. Segno chiaro della “mo –

dernità” della ‘ndrangheta, della

sua attitudine a individuare volta

a volta gli ambiti che garantiscano

i più alti profitti. Nella mia attività

di componente, nella XIII legislatura,

della Commissione parlamentare

Antimafia, ho acquisito

nel corso dei numerosi sopralluoghi

effettuati anche in Calabria il

dato che la ‘ndrangheta aveva trattato

direttamente l’acquisto in Colombia

di una tonnellata di droga.

Si pensi non solo all’entità economica

dell’operazione e a quanta

ricchezza essa ha garantito anche

con i successivi “tagli” della droga,

ma alle competenze tecniche,

alle strutture, alle istituzioni, il

cui coinvolgimento è stato necessario

per la sua riuscita: commercialisti,

esperti in movimenti finanziari,

banche, benevolenza

complice degli organismi di controllo,

e così via.

Siamo ben lontani dalla coppola

storta e dalla lupara del ‘ndranghetista

appostato dietro un fico

d’India o di un albero dell’Aspromonte

che, come è noto, è la patria,

il luogo di elezione dei malavitosi

calabresi.

Perché persistono questi stereotipi,

nonostante la loro clamorosa

infondatezza? Probabilmente, ciò

avviene per un intreccio di concause,

tra le quali spicca la pigrizia

intellettuale per cui l’arcaicità

della ‘ndrangheta agevola la sua

ghettizzazione nell’ambito calabrese.

Durante un sopralluogo

della Commissione parlamentare

Antimafia a Milano, dietro mia domanda

specifica i rappresentanti

degli industriali dichiararono che

nella loro città non conoscevano il

“pizzo” e non avevano notizie di

una presenza della ‘ndrangheta a

Milano; ciò contrastava con quanto

ci avevano poco prima dichiarato

i vertici dei carabinieri, della

pubblica sicurezza, della Guardia

di Finanza, ma agli industriali faceva

comodo che la ‘ndrangheta

venisse presentata come “cosa nostra”

da delimitare in Calabria e

mai come “cosa loro”, il che avrebbe

ostacolato i cospicui rapporti di

essa con il loro tessuto economico.

Del resto, è significativo che nella

monnezza napoletana, che ha scatenato

la sacra indignazione nazionale,

con maggiore virulenza

nelle regioni settentrionali, fossero

proprio queste ad affidare alla

camorra i propri rifiuti tossici perché

venissero smaltiti in Campania.

Non meravigli, dunque, che la

‘ndrangheta sia sempre “cosa nostra”

e debba essere presentata come

arcaica. Tutto ciò è anche un

alibi perché si possa ritenere di

combattere efficacemente la ‘ndrangheta

colpendone i suoi

aspetti più tradizionali, evitando

perfino di volgere lo sguardo a quella composta da operatori economici,

commercialisti, professionisti

di variegate competenze,

banchieri spregiudicati, amministratori,

politici, saldamente insediata

in quasi tutti i gangli della

società civile.

La realtà della ‘ndrangheta imprenditrice

scompiglia questi stereotipi,

questi alibi, rendendo di

fatto impossibile, o almeno molto

più faticosa, la nostra disattenzione.

E mostrando ancora una volta

come la ‘ndrangheta vada combattuta

anzitutto conoscendola, nel

suo miscuglio, a volte inestricabile,

di vecchio e nuovo, di arcaico e

moderno, di tradizione e contemporaneità.

Soltanto che per combattere

qualcosa è indispensabile, innanzitutto,

volerlo fare.

 

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