LA CALABRIA: UN EDEN, STRAVOLTO DA POCHI “ASOCIALI” !

Leggo e riporto il "diario" del ritorno in Calabria di un "Indigeno" che, per Lavoro, vive
a Londra: dal suo scritto "trasuda" tutta la nostalgia per la Terra natia, che coglie tutti
noi Calabresi quando, per un qualsiasi motivo, siamo "costretti" a stare lontano dal
Posto in cui siamo nati e, spesso, anche cresciuti.
Come ho già scritto, i piedi ed i sentimenti sono per noi delle profonde "radici" che
si estirpano con difficoltà, sempre, ed anche con dolore dalla ns amata e martoriata Terra!
Queste poche righe, a me, sembrano Poesia: mi fanno sognare ad occhi aperti anche se io
sono qua, perchè sono tornato, per fortuna o per sfortuna, non l’ho ancora capito!
 
"MY BEAUTIFUL CALABRIA

di MARIO FORTUNATO*

L’ARTICOLO di Vito Teti,

pubblicato dal “Quotidia –

no” il 20 agosto scorso,

stimola qualche memorianon

esattamentecolta

o erudita in chi, come me,

non è un intellettuale né

uno studioso, bensì soltanto

uno scrittore. E gli

scrittori, si sa, non maneggiano

concetti ma

storie. Nell’estate del

2008, grazie a una serie di

coincidenze fortuite, sono

riuscito prima a convincere

e poi a spedire a

Londra un mio giovane e

caro amico calabrese. Il

mio amico, benché molto

più colto della media dei

suoi coetanei e pur riuscendo

a decrittare, se

non a dominare, i linguaggi

più sofisticati dell’informatica,

difettava nella conoscenza di quello strumento essenziale e

insieme abusato che è l’inglese. Perciò gli trovai il

modo di passare un bimestre sulle rive del Tamigi,

frequentandoun buon corsodi lingua,ma anchetenendolo

lontanodaaltriitaliani incittà:per

evitare che, al di fuori dell’orario di lezione, non

usasse l’inglese acquisito. L’esperimento ha funzionato,

credo, e il mio amico ha fatto ritorno dalla

capitale britannica con un accettabile bagaglio

linguistico, anche se è tuttora vittima di una timidezza

tipica degli italiani – quella che li spinge a

non buttarsi nella nuova lingua imparata con

quel tanto di necessaria faciloneria che serve a

parlare, imprigionandosicosì inuna dannosissima

tendenza al perfezionismo.

Ma cosa c’entra tutto questocon l’articolo di Vito

Teti sulnessobellezza/rovinedel paesaggiocalabro?

Arrivo.

Mentre il mio giovane e caro amico calabrese bighellonava

per Londra, un gruppo di sodali milanesi

mi invitava a passare qualche giorno al mare,

nei pressi di un piccolo paese jonico, S. Andrea

Apostolo dello Jonio. Sono nato in Calabria ma ci

ho vissuto pochissimo, da ragazzo, e a ogni modo

quel paese non lo avevo mai sentito prima. Non

era facilissimo arrivarci. In aereo fino a Lamezia e

poi qualche ora di macchina. Scoprii che S. Andrea

non distava molto da Soverato: neppure lì

avevo mai messo piede, ma almeno ne avevo sentito

parlare.

Che dire? Il mare era diun azzurroperfetto, come

in Grecia. Un’acqua trasparente e poco salata,

dentro cui avevi voglia di nuotare per ore. La campagna

si stendeva silenziosa, un po’altera, sotto il

cielo immutabile. E una spiaggia lunga e pulita,

dove scoprivi che qualche tartaruga marina aveva

deposto le uova, amorevolmente accudite da un

gruppo di giovanissimi ambientalisti locali. Il cibo?

Cavolo,eranosecoli chenonmangiavopomodori

così dolci, pesce fresco ogni giorno, fichi da

perderela testa.Ricordo unristorante aSoverato

zeppodi cozze,vongole edatteri dimare, unasera

morbida come il velluto e un grande terrazzo con i

piedi nell’acqua, un cameriere moro ed elegante

come un’oliva: dio, ma non è questa la bellezza?,

miripetevo e ripetevo ai miei amici, leggermente

brilli come me.

Ma il meglio doveva ancora arrivare. La bellezza

come epifania diun mondoin rovina e che perciò

è in grado di rimescolare natura e cultura, producendo

qualcosa di nuovo, di inatteso, in equilibrio

fra mistero e meraviglia.

Un pomeriggio, uno dei miei ospiti – milanese

doc – mi carica in macchina e comincia a inerpicarsi

per strade che sembrano disegnate apposta

per farti star male. Prima tappa a Stilo. E primo

shock. Non avevo mai visitato la Cattolica. Piccola,

perfetta come una casa di bambole bizantina.

La vista che abbraccia il mare in lontananza. Un

po’di vento.

Continuiamo per il santuario di S. Maria della

Stella,una chiesaincassatanelle viscererocciose

della terra, e alla fine di non so quanti gradini un

terrazzo su una valle a perdita d’occhio, inaccessibile,

pura e insieme violenta come una nascita.

Siamo rapiti, quasiimbarazzati dalla straordinarietà

del luogo. Parliamo poco.

Ci rimettiamo in moto. Incontriamo una serie

impressionante di conifere, lecceti, faggeti. I boschi

sono così fitti e antichi da far pensare di essere

in Danimarca e non a due passi dal Mediterraneo.

Ripercorriamo la vecchia strada Ferdinandea,

dove a un certo punto il vecchio Casino di Caccia

del Borbone ci appare come un animale preistorico

abbandonato alla quiete e all’ombra degli

alberi immensi che lo custodiscono.

Ma dove sono? In Calabria o sul set imprevedibile

di uno di quei film che piacciono tanto ai ragazzi

di adesso e che mischiano passato e futuro, senza

paura di scivolare nel kitsch?

Sbuchiamo a Serra San Bruno. La Certosa è

fredda e scostante.I monaci che ancorala abitano

fanno l’effetto di extraterrestri, dediti a un culto

tantoesclusivo quantoparadossalmenteegocentrico,

perfino vanitoso. Dei video proiettati in

loop, in un paio di stanze buie, potrebbero essere

lavori di Bill Viola, tanto sono indulgenti e manieristici.

Nell’immancabile shop, acquistiamo canti

gregoriani e marmellate di fichi.

Di colpo, di nuovo in macchina, vedo un cartello

che indica il paese natale del mio giovane amico

spedito a Londra. Dista solo una manciata di chilometri.

Il cortocircuitoè involontariamente perfetto.

Lui si trova nella grande metropoli inglese

che fino a poco fa è stata casa mia, mentre io sono

qui, nel luogo della sua infanzia. Posso perfino

immaginarlo, imbronciato e malinconico, bambino

silenzioso seduto su un muretto, che fissa

qualcosainlontananza,nonsi sasemare,nord,o

futuro.

Mi accorgo così che, in questa breve gita, sono

riuscito a non vedere niente che di solito è indicato

come tipico della Calabria e forse del Sud in genere:

brutte case costruite a metà, autostrade dissestatee

vuote,infissiinalluminio, sediediplastica

bianca, opere pubbliche vistosamente incompiute.

Non ho visto l’ombra della mafia, o come si chiama

da queste parti. Lontano l’incubo imbecille e

autolesionista del Ponte sullo Stretto. Nessun volto

di uomo politico brutto e corrotto. E invece un

paesaggio composto e generoso di sé, di poche parole,

pieno di storia senza esserne tuttavia schiacciato.

E facce di persone con una grazia scontrosa,

che parlano una lingua piena di vocali.

Questo pezzo di Calabria èdi una bellezza assoluta.

Così bello da trasformare in rovina ogni tracciadelpassato

erestituirlasottoforma dicosaanfibia,

incerta fra il mondo della natura e quello

dell’artificio. E’così bella questa Calabria da venir

voglia di stendersi in terra, sotto il fogliame, e non

alzarsi più.

Mario Fortunato

*Direttore Istituto Italiano

di Cultura a Londra

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