OGNI TANTO FA BENE FERMARSI………E RIFLETTERE !

Ho trovato sulla rete questo commento il cui contenuto ho molto apprezzato,
ma che mi ha fatto anche riflettere: sarebbe fantastico orientare la propria vita
al riposo piuttosto che al lavoro, ma SE NESSUNO LAVORASSE CHI POTREBBE
AVERE A DISPOSIZIONE I COSIDDETTI BENI INDISPENSABILI ALLA SOPRAVVIVENZA !?
Allora bisogna tenere sempre in evidenza il motto dei ns Avi latini: "IN MEDIA STAT VIRTUS".
I Calabresi sentenziano: "U’ SUVERCHIU E’ COMU U’ MANCU", cioè "OGNI ECCESSO EQUIVALE
AD UN DIFETTO".
Quindi non bisogna" vivere per lavorare, ma lavorare per vivere"
è indispensabile ! 
Riporto il commento letto sul web:
"

Lavorare e accumulare denaro è il valore principe della modernità. Felici di questa schiavitù, abbiamo perduto il senso della vita che scorre. E che ci scappa di mano.

di Massimo Fini (blog)

Un’iniziativa curiosa, e finalmente intelligente, viene dalla Norvegia, Paese che, è il caso di ricordarlo, ha rifiutato, con un referendum, di entrare nell’Unione europea per preservare la propria identità.
A mezzogiorno in punto decine di migliaia di persone, a Oslo, a Bergen, a Stavanger hanno abbandonato gli uffici e le fabbriche in orario di lavoro e se ne sono andate a spasso per rientrare solo per la pausa pranzo. Non era uno sciopero e nemmeno una protesta. La manifestazione, che è nata per impulso del ministro dell’Ambiente, Siri Berke, aveva lo scopo di ricordare, fra tanti valori presunti della modernità, il lavoro, la competitività, la concorrenza, il Pil, lo sviluppo, un valore ben più importante di cui sembriamo tutti esserci dimenticati: il valore del tempo, il tempo della vita. Il tempo infatti è "il tessuto stesso della vita", come lo definiva Benjamin Franklin il quale però, da bravo prototipo del perfetto borghese, lo concepiva solo, o quasi, come tempo di lavoro per accumulare denaro. Ha detto invece Siri Berke, passeggiando con altri duecento deputati fuori dal Parlamento: "Uscite, smettetela di lavorare. Fate una passeggiata nel parco. Immergete i piedi nell’acqua. Spegnete i telefonini. Per un’ora parlate di qualcosa che non sia il lavoro".
Chi ha mai detto infatti che il lavoro sia un valore? È solo con la rivoluzione industriale e con la modernità e la sua mentalità stravolta e bacata che il lavoro si afferma come valore. Prima non lo era affatto. Tanto è vero che è nobile chi non lavora. E anche i contadini e gli artigiani, che pur, a differenza della stragrande maggioranza dei lavoratori odierni, amano i propri mestieri, lavorano soltanto per quanto gli basta, il resto è vita. E gli uomini del Trecento e del Quattrocento guardano con stupore, e con un misto di orrore, la figura del mercante, che comincia ad affermarsi, come categoria sociale, proprio in quei secoli, perché non capiscono che senso abbia accumulare ricchezze su ricchezze per portarsele nella tomba.

L’era del plusvalore
Entrambi i filoni di pensiero che generano dalla Rivoluzione industriale, quello liberale e quello marxista, fanno invece del lavoro un valore, lo mettono anzi in cima alla scala. Per Marx il lavoro è "l’essenza dela valore", per i liberali è esattamente quel valore che, combinandosi col capitale, produce il famoso "plusvalore". Prima gli uomini se ne strafottevano e vivevano meglio.
Il concetto di plusvalore, su cui si basa l’intero sistema produttivo moderno, introduce infatti un meccanismo perverso, estremamente dinamico e cretino che non consente all’uomo di avere mai un punto di equilibrio e di riposo, perché raggiunto un obiettivo se ne presenta subito un altro, salito un gradino ce n’è sempre un altro da fare in un processo che non ha mai fine e che, com’è noto in psichiatria, è alla base di una perenne frustrazione. Insomma ci siamo costruiti il perfetto marchingegno dell’infelicità. Che il lavoro, che la Genesi chiama uno "spiacevole sudore della fronte", sia un valore ci è stato così fortemente e abilmente ficcato in testa da chi vi aveva interesse, vale a dire la borghesia imprenditora. Anche la nostra Costituzione, nel suo primo articolo recita: "L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro", ed esiste addirittura una Festa del Lavoro. Siamo diventati così masochisti da festeggiare la nostra schiavitù. E la cosa più sorprendente, e ridicola, è che la Festa del lavoro è soprattutto una festa di sinistra, operaia e proletria, cioè una festa di schiavi che ringraziano, omaggiano e celebrano la propria schiavitù.
Avrebbe motlo più senso una Festa del "dolce far niente", dell’ozio laborioso, della santa pigrizia. Se penso che in Italia, come in tutti i Paesi indstrializzati, ci sono milioni di disoccupati con la sussistenza assicurata, i quali hanno un’infinità di tempo per se stessi e che però non ne sanno godere e fanno la fila per poter diventare, finalmente, a loro volta degli schiavi salariati, mi par di capire che la modernità ha perso la trebisonda. Vivere senza dover lavorare è sempre stato il sogno dell’uomo, finchè ha avuto la testa. Noi l’abbiamo perduta, per i telefonini, i computer, Internet, la centesima versione accessoriata di asciugacapelli, le linee di bellezza per cani e gatti, e ogni sorta di gadgettone e simbolo di stato. Tutte cose inutilissime che ci costringono però a lavorare come ciuchi per possederle perdendo di vista il vero valore, il valore di tutti i valori: il Tempo.
L’iniziativa norvegese è un primo tentativo di recuperare, a dispetto del lavoro, della concorrenza e della stramaledetta intrapresa, e di rifar nostro il Tempo Perduto.

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